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Cent’anni di resistenza nel segno di una fede laica: viaggio nella storia della Taranto rossoblù

Il mare, a Taranto, è dappertutto. Lo senti salire dalle grate dei vicoli della Città Vecchia, lo respiri quando arrivi allo stadio, in quelle domeniche di vento e di fischi. È lo stesso mare che da quasi un secolo accompagna una squadra che non è mai arrivata in Serie A, ma che per chi è…
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Il mare, a Taranto, è dappertutto. Lo senti salire dalle grate dei vicoli della Città Vecchia, lo respiri quando arrivi allo stadio, in quelle domeniche di vento e di fischi. È lo stesso mare che da quasi un secolo accompagna una squadra che non è mai arrivata in Serie A, ma che per chi è nato qui è più di una squadra. È un’ossessione, un rito, una forma di fedeltà. Tutto comincia nel 1927, quando la Pro Italia e l’Audace decidono di fondersi e dare vita all’Associazione Sportiva Taranto. Sono anni in cui il calcio è ancora un gioco per studenti e per marinai, ma in città già si sogna in grande: un pallone, due porte di fortuna e il desiderio di sentirsi, almeno per novanta minuti, come quelli del Nord.

Il ragazzo del destino

Negli anni Settanta, Taranto è una città industriale che non conosce mezze misure: l’Ilva che ruggisce, le sirene a fine turno, il porto sempre in movimento. Anche lo stadio si riempie. In dodici stagioni consecutive di Serie B, il Taranto gioca un calcio ruvido e concreto, ma è con l’arrivo di Erasmo Iacovone che tutto cambia. Iacovone non è un fenomeno. È un ragazzo di venticinque anni, molisano, taciturno, con un modo di stare in campo che conquista tutti. Segna, tanto, e fa sognare la città. Nella stagione 1977-78 il Taranto vola. A metà campionato il sogno della promozione è lì, a portata di mano. Poi, nella notte del 6 febbraio 1978, l’auto di Iacovone si scontra con un camion lungo la litoranea. Lui muore sul colpo. Il mattino dopo, in città, non si parla d’altro. Al funerale lo stadio piange in silenzio. Lo chiamano «Erasmo», come un amico. Lo chiamano ancora così oggi, quando si entra nello stadio che porta il suo nome. Da allora, ogni volta che il Taranto sfiora un traguardo, qualcuno sussurra che forse, se Iacovone fosse rimasto, la storia sarebbe stata diversa.

La caduta del Diavolo

Il 7 dicembre 1980 lo stadio è pieno, venticinquemila persone, il cielo basso e un vento tagliente. Il Milan, per la prima volta nella sua storia, gioca in Serie B. Dall’altra parte c’è il Taranto, penalizzato di cinque punti per uno strascico di calcioscommesse. Tutti pensano a una formalità. Non sarà così. Segna Mutti, una zampata sotto la curva. Poi arriva il secondo gol: Nicola Cassano, ventun anni, prende palla sulla fascia, punta il giovane Franco Baresi, lo salta netto e infila il portiere con un diagonale che sembra disegnato. Lo stadio esplode. Alla fine è 3-0. Quella partita resta nella memoria collettiva come un miracolo laico: il giorno in cui una città che non vince mai ebbe, per novanta minuti, la certezza di essere imbattibile.

Cadute, rinascite, naufragi

Gli anni che seguono sono un pendolo tra speranze e delusioni. Il Taranto risale, retrocede, cambia nome, fallisce, ricomincia. Nel 1993 il club scompare per la prima volta, costretto a ripartire dai dilettanti. Nel 2004 succede di nuovo, con la revoca dell’affiliazione Figc. Ogni volta la città si ricompatta, i tifosi raccolgono soldi, cantano, riempiono lo stadio come se nulla fosse accaduto. Non basta. Per vent’anni il Taranto resta sospeso tra Serie C e Serie D, una specie di purgatorio calcistico, sempre a un passo dalla resurrezione e sempre con qualcosa che va storto all’ultimo minuto. Ma il filo che lega la squadra alla città non si spezza mai. Perché qui, più che altrove, il calcio è una forma di identità: essere tarantino significa anche portare addosso quella maglia rossoblù.

Il peso della responsabilità

Nella primavera del 2025 il Taranto fallisce ancora. L’esclusione dal campionato è un colpo duro, ma nessuno si sorprende. A giugno arriva un annuncio inatteso: la società viene rilevata da Vito Ladisa, imprenditore pugliese con radici solide e la consapevolezza del compito che lo aspetta. Niente proclami, niente promesse roboanti. Solo una frase, l’impegno di chi non ha paura: «Non sarà facile, ma non ci tireremo indietro». Ecco cosa piace a Taranto. Non l’illusione, ma il riconoscere la fatica, il peso del dovere. Ora la squadra è iscritta all’Eccellenza pugliese. Si ricomincia da zero, di nuovo. Il nuovo progetto è concreto: investimenti sulle strutture, sul settore giovanile, sul futuro. In città si respira qualcosa di diverso. Come se, stavolta, la promessa fosse quella giusta.

La fede che non muore

Il Taranto non è mai stato in Serie A. Ha avuto grandi giocatori, giornate epiche, cadute rovinose. Ha visto morire i suoi idoli, ha ricominciato infinite volte. Eppure, ogni domenica, ci sono sempre bambini con la sciarpa rossoblù e anziani che raccontano il gol di Cassano al Milan come se fosse successo ieri. Perché, in fondo, il Taranto è questo: una storia di resistenza, di pazienza, di speranza ostinata. Un amore che non chiede titoli, ma la possibilità di continuare a credere. E forse è proprio questa fedeltà, così irriducibile e così testarda, che un giorno porterà questa squadra dove non è mai arrivata. Alla fine, è solo questione di fede.

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