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Bakari Sako ucciso a Taranto, sesto fermato: «Aggredito solo per essere importunato»

Bakari Sako ucciso a Taranto, sesto fermato: «Aggredito solo per essere importunato»

Non c’era alcun motivo, se non la volontà di «importunare» e umiliare un uomo indifeso. È il quadro agghiacciante che emerge dal provvedimento di fermo notificato a Cosimo “Mimmo” Colucci, 22 anni, il sesto componente della banda accusata dell’omicidio di Sako Bakari, il bracciante maliano di 35 anni ucciso all’alba del 9 maggio in piazza Fontana.

La dinamica: una “caccia” senza movente

Secondo la ricostruzione della Procura di Taranto, il gruppo — composto da due maggiorenni e quattro minori tra i 15 e i 16 anni — avrebbe notato Bakari mentre si recava al lavoro in bicicletta. Pur essendo un perfetto sconosciuto per loro, l’uomo è stato puntato, accerchiato e aggredito brutalmente. Colucci, l’ultimo fermato, avrebbe partecipato attivamente al pestaggio, colpendo la vittima proprio mentre cercava disperatamente rifugio in un bar. L’aggressione è poi culminata con tre fendenti inflitti da un 15enne armato di coltello a serramanico.

Le telecamere di sorveglianza e le testimonianze hanno svelato dettagli macabri sulle fasi successive all’accoltellamento. Il titolare del bar ha raccontato agli inquirenti di aver cacciato gli aggressori dal locale dopo che vi erano entrati inseguendo Bakari. Una volta rimasto solo, il 35enne si è accasciato al suolo.

A quel punto, il barista avrebbe richiamato i ragazzi all’interno. Alcuni di loro, sostenendo che la vittima stesse «fingendo» di stare male, lo hanno trascinato di nuovo all’esterno, in piazza, cercando poi di rianimarlo con dell’acqua prima di fuggire. L’esercente ha ammesso di non essere uscito per prestare soccorso perché «molto impaurito», limitandosi a chiedere che venisse chiamata un’ambulanza.

La risposta della città

Mentre le immagini documentano la presenza di Colucci anche nelle fasi del trascinamento del corpo, Taranto risponde con il dolore e la protesta. È previsto per oggi un sit-in in memoria di Bakari Sako, diventato simbolo di una violenza gratuita e di una discriminazione che ha scosso profondamente la comunità ionica.

L’inchiesta, che vede ora sei giovani indagati per omicidio in concorso, prosegue per cristallizzare le responsabilità di quella che la Procura definisce una «brutale aggressione» nata dal nulla e finita nel sangue.