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All’ex Ilva non si produce coke, l’allarme delle imprese dell’indotto: «Taranto nuova Bagnoli»

L’allarme lanciato dall’Aigi. La Semat ha siglato l’accordo coi sindacati di cassa integrazione per 213 lavoratori

All’ex Ilva non si produce coke, l’allarme delle imprese dell’indotto: «Taranto nuova Bagnoli»

È sempre più nera la crisi del siderurgico ex Ilva. I contraccolpi derivanti dallo stop delle cokerie, destinato a prolungarsi pare per diversi altri mesi, si riverberano sulle imprese appaltatrici. Aigi, l’associazione che riunisce la maggior parte delle imprese dell’appalto, lancia l’ennesimo grido d’allarme: «Se non si fa un serio piano di bonifiche, Taranto sarà una nuova Bagnoli». Una delle più grosse imprese del comparto, Semat Engineering, ha raggiunto l’accordo con i sindacati per la proroga della cassa integrazione fino a fine giugno 2027 per 213 dipendenti.

L’azienda ha spiegato ai sindacati che con le batterie dell’ex Ilva ferme, ha più di 110 persone inattive, pari al 50 per cento della forza occupata. Alcune delle batterie del reparto cokerie, dove viene preparato il coke che serve agli altiforni, sono ferme da fine gennaio scorso. Furono fermate per importanti lavori di manutenzione e sarebbero dovute ripartire a maggio, consentendo così alla fabbrica di riprendere a produrre il coke per gli altoforni, che ha invece acquistato all’estero in questi mesi.

Indotto in sofferenza

«Bonifiche. Ambientalizzazione. Risanamento. A che punto siamo? Esiste per davvero un’economia delle bonifiche a Taranto?» L’interrogativo arriva da Aigi, l’associazione delle imprese dell’indotto ex Ilva e diventa dirimente per il futuro della città. Secondo l’associazione, Taranto si deindustrializza sempre più nel disinteresse generale e non procede spedita sul tema del suo risanamento. Le ragioni sono da rintracciarsi principalmente nella mancanza di programmazione e nella carenze di fondi. «Il sistema normativo è farraginoso e la burocrazia, specie per le aree Sin, i cosiddetti siti d’interesse nazionale, frena più che agevolare le opere di bonifica, limitandone la portata e l’efficacia. Il concorso di queste elementi, considerati nella loro complessità, determina l’incedere a passo da lumaca impresso sinora al tema. Altro che economia delle bonifiche. Altro che nuovo ecosistema produttivo e progresso green. Il rischio che Taranto diventi una seconda Bagnoli è più che un cattivo presagio. Con un’Ilva chiusa poi, consegnata alla storia, la nostra diventerebbe terra di nessuno. Una sorta di zona franca speciale in senso contrario, senza più beni e servizi, povera e rassegnata», sostiene l’associazione.

Per Aigi portare via l’industria e non fare le bonifiche significa assesstare due colpi mortali al territorio. «Si va avanti con passerelle, convegni, firme di protocolli senza che si produca niente», dice Aigi, portando a esempio la stasi dei progetti per Mar Piccolo e per le aree prospicienti il siderurgico. «Si deve programmare ora, con le imprese, quello che potrà diventare Taranto nel prossimo decennio per questo particolare e delicato», conclude Aigi.