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Bari Sviluppo e Lavoro

Crisi del settore del mobile imbottito, l’allarme dell’indotto: «Noi abbandonati dalle istituzioni»

Tiene banco la crisi del mobile imbottito. In un confronto svoltosi ieri al teatro Mercadante di Altamura è stata da più parti ribadita la necessità di rilanciare l’intero settore per salvare numerosi posti di lavoro e un sistema economico che in alcune aree dipende quasi interamente dal mobile imbottito. L’incontro, «Mobile imbottito, dalla crisi al patto», promosso dalla Filca-Cisl di Bari, è stata occasione per mettere insieme sindacati, istituzioni, imprenditori e ovviamente lavoratori sempre più preoccupati del loro futuro.

Il patto

Durante l’incontro la sigla sindacale ha presentato il «Patto per il lavoro», interventi che coinvolgono imprese, istituzioni e lavoratori, con l’obiettivo di costruire un modello di sviluppo partecipato e responsabile. Quattro i pilastri individuati: partecipazione dei lavoratori, welfare territoriale, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, formazione.

L’emergenza

Al centro del dibattito le difficoltà riscontrate dalle diverse aziende dell’indotto, che lamentano di essere state abbandonate dalle istituzioni regionali (Puglia e Basilicata) e dallo Stato. Accuse alle quali ha replicato il presidente del comitato Sepac (la task force regionale per l’occupazione) Leo Caroli. «Aiuti e incentivi per le imprese dell’indotto sono stati messi a disposizioni ma ad oggi si sono candidate solo quattro aziende pugliesi e tre lucane». Il settore del mobile imbottito e la filiera del legno-arredo rappresentano uno degli assi portanti dell’industria italiana che vale oltre 50 miliardi di euro. Il distretto tra Puglia e Basilicata ha un ruolo decisivo con oltre 600 imprese e più di 9 mila lavoratori, cioè circa il 41% dell’occupazione nazionale. «Qui si è costruita negli anni una vera cultura del lavoro, fatta di competenze, saperi, relazioni sociali profonde. Ed è proprio questa dimensione che oggi dobbiamo difendere e rilanciare», ha detto la leader di Cisl Daniela Fumarola.

Il caso Natuzzi

Quanto alla vertenza del colosso locale, Luigi Sideri, segretario generale di Filca Cisl Bari, ha richiamato l’azienda alle proprie responsabilità. «Non abbiamo una ricetta in tasca per risolvere la questione. Abbiamo posto al tavolo della trattativa due elementi importanti: uno è quello del reshoring, cioè riportare la produzione dalla Romania in Italia, perché questo permetterebbe di saturare gli impianti anche in caso di eventuali chiusure di stabilimenti. L’altro è cercare forme di accompagnamento all’esodo per tutti i lavoratori, incentivi soprattutto per quei lavoratori che sono prossimi alla pensione. È venuto meno uno strumento importante – ha proseguito Sideri – che il governo aveva, il contratto di espansione che prevedeva l’accompagnamento non traumatico dei lavoratori verso la pensione. L’altro elemento potrebbe essere la decontribuzione Sud che aiuterebbe tutto il comparto del mobile imbottito perché oggi cerchiamo di aprire una breccia proprio per parlare di tutto il distretto».

La vertenza Natuzzi sta creando non poche preoccupazioni poiché l’azienda ha deciso di mettere fuori al momento poco meno di 500 lavoratori chiudendo lo stabilimento di Jesce, tra Altamura e Matera e liberandosi della struttura de La Martella, cedendo anche i lavoratori ad una grande azienda di logistica. Un piano che, sebbene non ancora ufficializzato, prevede di portare entro il 2028 la forza lavoro di Natuzzi in Italia ad appena 900 dipendenti tra area amministrativa e produzione. Numeri che rischiano di far saltare più di un equilibrio. Non a caso la vicenda sta interessando molti sindaci dell’Alta Murgia.

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