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>>>ANSA/ Febbre Mondiali in Usa, e Hollywood sogna una nuova epopea

Il figlio del regista di Fuga per la vittoria ‘siamo pronti’. Il montatore italiano ‘no’

>>>ANSA/ Febbre Mondiali in Usa, e Hollywood sogna una nuova epopea

(di Lucia Magi) (ANSA) – LOS ANGELES, 07 LUG – ‘Ogni maledetta domenica’, ‘L’uomo dei sogni’, ‘Colpo vincente’, ‘Toro scatenato’, ‘Rocky’: quando Hollywood ha usato uno sport per raccontare la sua Pastorale Americana, ha scelto il football, il baseball, il basket, il pugilato. Quasi mai il calcio. L’entusiasmo dei tifosi per questa Coppa del Mondo ospitata in casa potrebbe far cambiare rotta agli Studios? Sono ormai introvabili le magliette dell’Usmnt (come gli statunitensi0 chiamano la propria nazionale), gli stadi pieni, gli sports bar sintonizzati sul ‘soccer’, i maxi schermi gremiti di tifosi. Ci si chiede se non sia arrivato il momento per un’epopea cinematografica o televisiva sul calcio. “Un film sul calcio? Mi hai fatto venire una bella idea: una squadra a cui nessuno dà due lire, con le vicende dei giocatori, degli allenatori, dei tifosi…: già quasi se la immagina Danny Huston un’avventura tra campo e spogliatoi. Lui, che oggi fa il regista e soprattutto l’attore come la sorella Angelica, e che aveva meno di vent’anni quando il padre John accettò l’incarico di Freddie Fields per dirigere quello che sarebbe stato un capolavoro, Fuga per la vittoria. “Prima di partire per Budapest, mio padre mi disse: ‘Sarai contento di questo film visto che ti piace tanto guardare le partite’. Poi mi chiese dubbioso: ‘Quanti giocatori ci sono in una squadra?’ Io non ero sicuro. Lui mi guardò sorridendo: “Come puoi dire di amare il calcio se non sai quanti giocatori ci sono in squadra?” Risposi: “Come fai tu a farci un film se non lo sai?”, ci facemmo una gran risata, trovandoci entrambi molto poco preparati in materia”. Danny Huston risponde all’ANSA da Londra dove sta girando un film sulla seconda guerra mondiale diretto da Anthony McCarten. È convinto che il nascente entusiasmo per il soccer non si spegnerà con la finale del 19 luglio, e che Hollywood finirà per farsene portavoce: “La bellezza di questi Mondiali, in barba alla retorica patriottica, è che si sta giocando in tre grandi paesi americani e sta celebrando l’America come continente. Vedere questi paesi unirsi e celebrare uno sport di così immensa passione, delusione e frustrazione è poesia, poesia in movimento. Ci vorrebbe un vincitore underdog per coronare l’epopea”. Di tutt’altro avviso Roberto Silvi. Italiano, ottantadue anni, di cui quasi 50 a Hollywood, è l’uomo che ha trasformato più di 300 ore girate da Huston nel film cult in cui Sylvester Stallone, Michael Caine, Max von Sydow, Pelé, Bobby Moore, Osvaldo Ardiles, Kazimierz Deyna interpretano prigionieri di guerra in campo contro i tedeschi nella Parigi occupata dai nazisti. “No, lo escludo categoricamente -, dice convinto all’ANSA Silvi -. I mondiali sollevano sempre grandi entusiasmi negli Usa. Anche quelli del ’94 avevano avuto molto seguito, perché sono un grande spettacolo. Appena finisce l’ultima partita, scema l’interesse. Il calcio non è mai stato lo sport statunitense”, afferma il montatore, che con Huston ha firmato anche La saggezza del sangue, Sotto il vulcano, Gente di Dublino. “Fanno tifo per gli Stati Uniti, ma non capiscono le sfumature, le strategie di gioco. Non crescono amando la squadra della loro città. Quando gioca la nazionale, guardano se il pallone va dentro la rete e sono contenti. Ma questo sport, noi lo sappiamo, è molto di più”. Anche la storia che sta dietro alla mitica pellicola del 1981 non parla di una grande passione calcistica. “A John, Fuga per la vittoria, è capitato. Glielo ha affibbiato Freddie Fields”, spiega riferendosi al potentissimo agente di star, passato poi in produzione, che aveva appena prodotto ‘American Gigolò’ e sarebbe diventato capo degli MGM Studios. Un uomo a cui non si poteva dire no. “Lo aveva incaricato a Brian G. Hutton e Huston doveva fare un film con Tom Selleck, ex pilota della seconda guerra mondiale che partiva per l’Asia a cercare un industriale scomparso. All’ultimo momento scambiò i progetti”. Così Huston fece ‘Victory’ e Hutton ‘Avventurieri alla fine del mondo’, del 1983. “A John interessava la storia attorno a quella partita, la lotta per la libertà contro i nazisti. Era un episodio vero, a cui ovviamente Hollywood cambiò il finale: in realtà era finita con tutti i giocatori messi al muro e fucilati”, racconta l’uomo, volato a Hollywood nel 1980 da Cinecittà, dove appena ventenne aveva lavorato con il regista di ‘La Bibbia’ come assistente al montaggio. “Quella partita di calcio ci è costata più di sette mesi di lavoro; avevamo sei telecamere e un regista aggiuntivo della Abc. Abbiamo girato tra Budapest e Parigi, nel vecchio stadio di Colombes”. Silvi, che invece con il calcio ci è cresciuto, ricorda quelle lunghe settimane ad aspettare i rulli di pellicola a fine giornata come “un’estasi. Ero diventato amico di Pelè, di Bobby Moore. Una delle esperienze più belle della mia carriera”. Il dibattito però si alimenta come l’entusiasmo che i mondiali stanno portando in America. “Ci sono stati titoli come ‘Sognando Beckham’ e ‘Ted Lasso’ che hanno riscosso grandissimo successo, ma non so se contano, visto che entrambi sono ambientati in Inghilterra”, riflette il produttore Michele Greco, romano trapiantato a Los Angeles da più di due decenni, al lavoro negli studi della Paramount. “È probabile che in qualche ufficio, qualche produttore stia già cercando un soggetto che racconta il Paese attraverso il calcio. È di moda. Anche nelle scuole cominciano a preferirlo al football che è troppo violento e può causare danni permanenti. Le squadre femminili, per esempio, sono molto comuni. Staremo a vedere”. (ANSA).

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