Un incontro settimanale atteso con trepidazione, capace di abbattere muri invisibili e di restituire serenità a chi vive in condizioni di forte vulnerabilità. Sono risultati ampiamente positivi quelli registrati all’interno della casa circondariale “Carmelo Magli” di Taranto, grazie a un innovativo progetto di pet therapy rivolto ai detenuti affetti da disagi o fragilità psichiche.
L’iniziativa — promossa da Confcooperative Taranto in stretta sinergia con la direzione dell’istituto penitenziario, il Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl ionica e il Wwf locale — è stata illustrata oggi nel corso di una conferenza stampa. Avviate nel febbraio 2024, le attività coinvolgono attualmente una ventina di detenuti e si basano su programmi terapeutici individualizzati, incentrati sull’interazione costante con cani di piccola taglia.
I benefici clinici e comportamentali
L’impatto positivo del progetto è stato delineato dal direttore del carcere, Luciano Mellone: «C’è stata una positivissima adesione da parte di questi soggetti, tanto che si creava proprio un’attesa rispetto all’incontro settimanale con i loro ormai amici cagnolini».
Riscontri evidenti si sono registrati anche nel reparto femminile. Mellone ha infatti citato il caso specifico di una giovane detenuta con problematiche complesse: «Stiamo ottenendo risultati veramente importanti, con grossi miglioramenti nel comportamento quotidiano». Un quadro in evoluzione che, secondo il direttore, apre a prospettive cliniche significative, come «una riduzione nell’assunzione della terapia farmacologica, che riterremmo un risultato veramente importante».
A confermare la valenza del percorso è la stessa equipe psichiatrica interna alla struttura, che ha rilevato nei partecipanti un generale incremento dell’autonomia, un maggiore rispetto delle regole e una spiccata capacità di collaborazione interpersonale.
Il potere dell’assenza di pregiudizio
La chiave del successo terapeutico risiede nella natura stessa degli animali impiegati. Gianni De Vincentiis, presidente del Wwf Taranto, ne ha evidenziato il profondo valore relazionale: «Il cane non giudica, quindi collabora e interagisce con le persone in modo puro». Questa totale assenza di pregiudizio permette ai detenuti di non sentirsi sotto esame, abbassando le difese psicologiche e riuscendo a relazionarsi «in maniera perfetta» con i piccoli animali.
Un’esperienza virtuosa che le istituzioni ora puntano a consolidare. Come sottolineato dal garante regionale dei detenuti, Piero Rossi, l’impiego della pet therapy permette di creare un canale di comunicazione con «persone altrimenti difficilmente raggiungibili» dai metodi clinici tradizionali. L’auspicio unanime è che questa preziosa finestra di cura e normalità possa essere rifinanziata e proseguire anche nei prossimi anni.