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Università pubblica, Barbanente: «Ha il dovere di occuparsi di territori ai margini» – L’INTERVISTA

È appena stato pubblicato online il numero 18 della rivista «Tracce Urbane» dal titolo Il ruolo dell’università nei territori fragili: ne parliamo con Angela Barbanente che insegna Tecnica e pianificazione urbanistica al Politecnico di Bari. Professoressa, quando parliamo di «territori fragili», cosa intendiamo esattamente? «È importante chiarire subito un punto: non esistono territori fragili in…
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È appena stato pubblicato online il numero 18 della rivista «Tracce Urbane» dal titolo Il ruolo dell’università nei territori fragili: ne parliamo con Angela Barbanente che insegna Tecnica e pianificazione urbanistica al Politecnico di Bari.

Professoressa, quando parliamo di «territori fragili», cosa intendiamo esattamente?

«È importante chiarire subito un punto: non esistono territori fragili in senso assoluto. Ogni territorio ha le sue criticità fisiche – pensiamo ai rischi idrogeologici delle aree interne o all’erosione costiera aggravata dall’urbanizzazione – ma quando, come urbanisti, parliamo di fragilità ci riferiamo soprattutto a territori che sono stati resi fragili. Modelli di sviluppo che nel dopoguerra hanno privilegiato aree pianeggianti e costiere hanno prodotto squilibri profondi, marginalizzando le aree interne, oggi segnate da spopolamento, carenza di servizi e scarsa accessibilità. Fragili sono anche molte periferie urbane, dove si concentrano diseguaglianze e popolazioni escluse dallo sviluppo».

In questo scenario, quale responsabilità ha l’università pubblica?

«L’università pubblica ha un dovere preciso: occuparsi di questi territori, innanzitutto portandoli all’attenzione di chi governa e di chi assume decisioni orientate all’interesse pubblico. Ma non solo. In contesti dove spesso manca capitale sociale – aree interne con popolazioni anziane o periferie con bassi livelli di istruzione – l’università può offrire competenze, visione e strumenti per costruire politiche di sviluppo, coesione, innovazione e nuove economie».

È qui che entra in gioco la cosiddetta «terza missione»?

«Esattamente. L’università si fonda su tre pilastri: formazione, ricerca e terza missione. Già il nome dice molto: per lungo tempo questa funzione di supporto diretto alla società è stata considerata residuale. Oggi, invece, è centrale. Io stessa sono responsabile della terza missione nel mio Dipartimento e vedo come negli ultimi anni siano cresciute le iniziative che mettono l’università in relazione diretta con i territori, non come soggetto che cala soluzioni dall’alto, ma come attore che lavora insieme alle comunità».

Veniamo alla Puglia: può farci un esempio concreto di questo approccio?

«Un caso emblematico riguarda il Sud Salento colpito dalla Xylella. Attraverso accordi di ricerca con la Regione Puglia, abbiamo lavorato a un progetto di rigenerazione territoriale ed ecologica nell’area interna salentina, una delle aree selezionate dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne. È stato un lavoro approfondito, nato dal riconoscimento che questi territori stavano vivendo una fase di disintegrazione sociale ed economica, ma anche dalla volontà di trasformare un disastro ambientale in un’opportunità di rigenerazione».

Che ruolo ha avuto il rapporto con gli attori locali?

«È stato decisivo. La terza missione universitaria si fonda sull’interazione stretta con il territorio. Abbiamo collaborato con la Regione, con le unioni di comuni e soprattutto con le associazioni locali, che sono una risorsa fondamentale. L’università non impone progetti, ma accompagna i territori nel costruire visioni condivise. In questo caso, l’obiettivo era ripensare il futuro del Sud Salento dopo la Xylella, integrando ambiente, economia e coesione sociale».

Un altro esempio significativo riguarda Bari e le sue periferie.

«Da tempo lavoriamo nel quartiere San Paolo di Bari, coinvolgendo studenti e ricercatori sui problemi concreti del quartiere. Come Dipartimento dell’Università di Bari abbiamo sottoscritto convenzioni con il municipio, immaginando anche percorsi formativi e master con sede direttamente nel quartiere. Oggi alcune colleghe stanno lavorando sulle comunità energetiche rinnovabili e sulla riqualificazione dell’edilizia residenziale pubblica. In collaborazione con il Politecnico di Milano, abbiamo inoltre sviluppato progetti di recupero di spazi degradati, come i pilotis a piano terra diventati terra di nessuno per non dire anche di attività illecite, per restituirli alla comunità come luoghi sicuri e di relazione. È un modo concreto per dimostrare che l’università può essere un motore di rigenerazione urbana e sociale».

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