A chiusura delle indagini, la Procura di Bari ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dei venti indagati, ritenendo sussistenti gli elementi per sostenere l’accusa in dibattimento. Sarà ora il giudice per l’udienza preliminare a decidere se accogliere la richiesta e disporre il processo. Nel presunto sistema ricostruito dagli inquirenti, ciascun indagato avrebbe avuto un ruolo ben preciso.
Al vertice vi sarebbe stato Giuseppe Petruzzelli, avvocato dell’unità legale di Acquedotto Pugliese, indicato come ideatore e principale esecutore: grazie alle credenziali di accesso al gestionale aziendale, avrebbe creato i falsi dispositivi di pagamento e le sentenze contraffatte, inserendo i beneficiari e trasmettendo gli atti agli uffici per la liquidazione.
Accanto a lui, secondo l’accusa, avrebbero operato altri avvocati, tra cui Andrea Meschisi, Michele Barbaro e Antonio Simeone, con funzioni di supporto operativo: sarebbero stati loro, in più occasioni, a fornire gli IBAN su cui far confluire le somme. Giovanni Piccolo, collaboratore di studio, avrebbe invece affiancato uno dei legali nelle attività esecutive.Un ruolo chiave sarebbe stato svolto anche dagli intermediari, incaricati di reperire i conti correnti.
Secondo la Procura, questi soggetti avrebbero convinto terzi – spesso ignari – a comunicare le proprie coordinate bancarie con pretesti, oppure avrebbero sfruttato relazioni personali per ottenere i dati necessari. I titolari dei conti, in diversi casi, sarebbero risultati inconsapevoli del disegno illecito, mentre in altri episodi si ipotizza una partecipazione cosciente al meccanismo fraudolento. Infine, vi sarebbero stati soggetti incaricati della gestione del denaro una volta accreditato: prelievi, trasferimenti e ripartizione delle somme tra i partecipanti, talvolta anche tramite bonifici con causali ritenute riconducibili all’attività illecita.
Un’organizzazione, dunque, secondo l’impianto accusatorio, strutturata su più livelli e capace di operare per anni, che ora dovrà affrontare il vaglio dell’udienza preliminare. L’inchiesta, inoltre, pone l’attenzione anche sulle eventuali falle nei sistemi di controllo interni dell’ente, che avrebbero consentito – secondo gli inquirenti – il ripetersi delle operazioni per un arco temporale di quasi tre anni senza che emergessero tempestivamente anomalie tali da bloccare il meccanismo.
Proprio la ripetitività delle condotte, caratterizzate da schemi operativi simili e da importi spesso contenuti ma frequenti, avrebbe contribuito a rendere meno evidente il disegno complessivo. Determinante, in fase investigativa, sarebbe stata l’analisi incrociata dei flussi finanziari e della documentazione informatica, che ha permesso di ricostruire i collegamenti tra i diversi soggetti coinvolti e di individuare le incongruenze tra gli atti presenti nei fascicoli e quelli effettivamente emessi dagli uffici giudiziari.
Un lavoro complesso che si è avvalso anche degli accertamenti tecnici sui dispositivi utilizzati e sulle credenziali di accesso ai sistemi aziendali. Non si esclude, inoltre, che ulteriori approfondimenti possano far emergere altri episodi o profili di responsabilità, anche sotto il profilo amministrativo e contabile. Sullo sfondo resta la posizione dell’ente, parte offesa nel procedimento, che potrebbe costituirsi in giudizio per il risarcimento dei danni patrimoniali e d’immagine subiti.L’udienza preliminare rappresenterà dunque un passaggio cruciale per delineare i contorni processuali della vicenda e stabilire se le accuse troveranno conferma nel successivo dibattimento, in un procedimento che si preannuncia complesso anche per il numero degli imputati e la mole degli atti da esaminare.