Sarà in Puglia a metà aprile «L’uomo sbagliato – Un’inchiesta dal vivo», il racconto teatrale di Pablo Trincia dedicato al caso giudiziario di Mohammed Ezzedhine Sebai, passato alla storia come il «serial killer delle vecchiette». Nel 2006 Sebai confessò dal carcere dove stava già scontando quattro ergastoli altri omicidi, tutti di anziane commessi tra la Puglia e la Basilicata negli anni Novanta. Il 16 aprile al teatro Apollo di Lecce, il 17 al Team di Bari e il 18 all’Orfeo di Taranto, con l’aiuto di video, interviste e immagini dell’epoca, Trincia porta sul palco lo spettacolo firmato con Debora Campanella, che racconta la storia e soprattutto i misteri che il killer tunisino si è portato nella tomba, suicidandosi nel carcere di Padova nel 2012.
Le sue rivelazioni mandarono in tilt il sistema giudiziario. Perché Sebai si accusava di delitti per i quali erano state giudicate colpevoli altre persone, molte delle quali si proclamavano innocenti (uno addirittura si è suicidato in carcere). Trincia decide di portare in teatro una storia poco conosciuta delle cronache giudiziarie, mischiando giornalismo d’inchiesta e tempi teatrali. «L’idea – scrive – è quella di trascinare il pubblico dentro alla storia, di fargli vivere un viaggio attraverso le ombre della malagiustizia italiana, per uscire dal teatro con la testa piena di domande e il cuore colmo di indignazione».
Il progetto rappresenta un modo innovativo di raccontare sul palco del teatro la cronaca e i suoi lati oscuri, con «un terribile caso di cronaca giudiziaria che ha avuto conseguenze pesantissime su intere famiglie già indebolite dalla povertà e dall’indigenza».
Il caso
Quello di Sebai è un caso fuori dall’ordinario che ha spaccato procure e periti psichiatrici, messo in lite avvocati, fatto sperare presunti innocenti finiti in cella. Già condannato a quattro ergastoli per dieci omicidi seriali, Sebai diceva di aver agito in preda a voci che gli dicevano di uccidere quelle anziane. Poi la conversione religiosa. Il killer confessa altri quattro delitti commessi nella seconda metà degli anni Novanta nel Tarantino. «Per un omicidio si sono dimenticati di processarmi», scrive al suo difensore.
Per tre di quelli, tuttavia, erano state accusate e condannate altre sette persone in via definitiva. Così, come in un processo a parti invertite, i pm ne chiedono l’assoluzione mentre il suo legale dell’epoca, Luciano Faraon, chiede che il tunisino sia creduto. Per il caso rimasto irrisolto Sebai è giudicato credibile, per gli altri ritenuto un mitomane, un autocalunniatore. Un corto circuito che si consuma tra richieste di trasferimento dei processi, colpi di scena, perizie e denunce tra avvocati.










