Torna dal 21 al 24 maggio all’Oasi Dunale di Paestum lo «Youth Climate Meeting» di Legambiente, appuntamento nazionale del Coordinamento Giovani dedicato a giustizia climatica, transizione ecologica e pace. Oltre 400 giovani da tutta Europa e dalla Palestina, insieme a più di trenta associazioni nazionali e internazionali, si confronteranno su rinnovabili, crisi climatica, diritti, ecomafie, mobilità sostenibile, agroecologia e giustizia sociale.
Al centro il messaggio «La pace è rinnovabile, la guerra è fossile». Sabato 23 maggio alle 18.30 lo slogan diventerà anche un flashmob sulla spiaggia dell’Oasi Dunale, per chiedere un’accelerazione della transizione energetica. Tra le partecipanti ci sarà Vitania Tagliente, studentessa in giurisprudenza di Martina Franca, attivista in Legambiente Puglia.
Che cosa significa partecipare a un incontro così internazionale?
«Partecipare allo Youth Climate Meeting per me significa comprendere che la giustizia climatica e l’esigenza di un cambiamento non hanno confini. Stare lì significa uscire da quella sensazione che spesso si prova nel proprio territorio, quella di sentirsi piccoli davanti a problemi enormi. Quando facciamo campagne come “Puliamo il mondo” o “Spiagge e fondali puliti”, mi è capitato di passare anche mezz’ora solo su un piccolo pezzo di bosco totalmente sporco e chiedermi: ma sto facendo abbastanza? Lo Youth Climate Meeting ti fa capire che non siamo soli. Noi possiamo ripulire quel pezzetto di bosco, ma lo fanno compagne e compagni in tutta Italia e nel mondo. Ti senti parte di un progetto più grande, di un cambiamento vero. Io vengo dalla Puglia, una terra meravigliosa ma anche molto fragile: l’anno scorso abbiamo avuto sette mesi di siccità totale, quest’anno un mese intero di piogge ininterrotte, e questa fragilità la vediamo con la Xylella, con l’inquinamento del mare, con il surriscaldamento».
Perché «La pace è rinnovabile, la guerra è fossile»?
«È una frase che colpisce perché ribalta il modo in cui siamo abituati a guardare l’energia. Spesso pensiamo a petrolio, gas e carbone come a qualcosa che serve ad accendere una luce, a muovere un’auto o ad accendere il fornello. In realtà sono risorse che per anni hanno mosso interessi economici, creando guerre e rapporti di potere. Dietro l’energia non ci sono solo numeri e bollette, ma dinamiche basate sulla legge del più forte. Questo modello di dipendenza dalle fossili non ha alimentato solo la crisi climatica, ma anche forme di colonialismo e di sfruttamento del suolo e delle persone. Interi territori vengono controllati, impoveriti, sfruttati per le sue risorse senza dare benefici alle comunità. Chi ha contribuito meno alla crisi climatica è spesso chi subisce gli effetti maggiori. Parlare di rinnovabili come fonte di pace significa parlare di un nuovo modo di stare al mondo: non è solo cambiare una fonte energetica con un’altra, ma cambiare mentalità, passare da un modello che prende e consuma a un modello che condivide e costruisce».
Quali sono gli ostacoli e le opportunità per la Puglia?
«La Puglia è una delle regioni che hanno investito maggiormente nelle energie rinnovabili e questo dimostra che abbiamo voluto fortemente il cambiamento da molti anni. Lo vediamo con l’eolico nel Foggiano, con il fotovoltaico in tutta la Puglia, con l’eolico offshore. Oggi però la vera sfida non è scegliere se fare o meno la transizione energetica, ma decidere come farla. L’ostacolo più grande è fare in modo che sia realmente giusta e partecipata. Le comunità devono sentirsi coinvolte, ascoltate, essere parte di questo cambiamento. Non possiamo pensare che basti installare impianti o produrre energia: serve cultura, serve educazione alla tutela di questi impianti, alla tutela del paesaggio, agli investimenti e ai servizi per i cittadini. La Puglia è una pioniera delle rinnovabili, ma la transizione deve essere una costante ricerca e una costante innovazione. A me piacerebbe una Puglia che non sia soltanto una terra che produce energia rinnovabile, ma una terra in cui questi benefici restano nelle comunità, creando opportunità reali e riducendo le disuguaglianze, la povertà sociale e la povertà energetica nelle case».
Che cosa chiedete alle istituzioni?
«C’è un errore quando parlano di giovani: veniamo sempre considerati cittadini del domani, mentre noi siamo cittadine e cittadini del presente. È questo che cambia tutto, perché se ci considerano futuro, il futuro si può rimandare; ma se ci considerano presente, devono ascoltarci adesso. Quante volte ci sentiamo dire di avere pazienza, di aspettare per lavorare, per avere spazio, per essere ascoltati. Ma il clima non aspetta. C’è una politica che sembra inseguire l’emergenza climatica, ma non programma mai il cambiamento. La transizione ecologica non è un interruttore che si accende e si spegne in campagna elettorale o quando vediamo già i disastri: è una direzione che va scelta tutti i giorni. Alle istituzioni nazionali chiediamo il coraggio di guardare oltre il tempo di una legislatura. Alle regioni chiediamo di investire davvero nell’innovazione e nei territori. Ai comuni chiediamo città in cui sostenibilità non significhi sacrificio, ma qualità della vita: trasporti che funzionano, spazi pubblici, aria pulita, inclusione, comunità energetiche, abbassamento della povertà energetica. Noi chiediamo coerenza. Non possiamo sentirci dire che siamo la generazione che si mobilita di più e poi continuare a essere esclusi dai luoghi in cui il futuro viene deciso».
