Leonardo Santoro, altamurano, fa parte del folto gruppo di fotoamatori locali che amano trasmettere emozioni con le immagini. È molto apprezzato dal pubblico e quando si tratta di riprendere manifestazioni cittadine il suo obiettivo è sempre pronto. Evasivo e sfuggente, fa emergere il suo carattere forte e volitivo dagli scatti che colpiscono l’occhio e l’anima di chi li vede. Ma il massimo dell’espressione la raggiunge immortalando lo spettacolo offerto dalla natura, cui trasmette il suo tocco personale.
Quando ha capito di amare la fotografia?
«La fotografia nella mia vita c’è sempre stata sin da piccolo ed ha sempre avuto un grande potere su di me. Penso che inconsciamente sia stata mia madre a farmela amare, quando mi raccontava le storie di tutta la famiglia facendomi vedere le foto che lei aveva riunite assieme».
Come ha cominciato?
«Ero bambino quando un giorno mio fratello più grande tornò a casa con una macchina fotografica. A lui piaceva tenerla esposta mentre io ero molto curioso e, quando lui non c’era, esploravo e guardavo da quel mirino un mondo tutto mio. Mi affascinava tanto e quella curiosità mi è sempre rimasta addosso».
Qual è stata la sua prima macchina?
«Appena finita la scuola lavorai tutta un’estate per comprarmi una delle macchine che vedevo esposte nella vetrina di un negozio, ma quando entrai e capii che le 50mila lire guadagnate non erano sufficienti dovetti rinunciare. Mia madre, che aveva capito tutto, si fece prestare i soldi da un vicino per comprarmi la mia prima macchina fotografica. Era una Zenit analogica, mal ridotta ma funzionante. È stata per un bel po’ la mia compagna di avventure».
Come ha imparato?
«Devo tutto alla mia curiosità e a quella bella emozione che provo quando ho fra le mani la mia macchina. Ho divorato libri di fotografia e mi hanno ispirato molto i lavori di Sebastião Salgado, Henry Cartier Bresson, Ansel Adams, Helmut Newton e Steve Mc Curry, ma ho anche imparato tanto da alcuni bravissimi fotografi che ho conosciuto sulla mia strada a cui sarò sempre riconoscente».
Cosa fotografa?
«Io amo la natura da sempre, per cui è stato inevitabile che i paesaggi e le stagioni mi avrebbero condizionato. Con il tempo mi sono avvicinato ai ritratti e con la nascita dei miei figli non ho voluto perdermi neanche un istante dei loro primi passi».
Cosa cerca di trasmettere?
«Mi piace raccontare attraverso i miei occhi l’emozione che si trasforma in poesia. Non seguo un ordine preciso delle cose, ma mi piace fidarmi dell’istinto e degli occhi che guardano con il cuore. Mi piace molto il colore specialmente nei paesaggi, ma ci sono alcuni casi in cui mi piace sperimentare in bianco e nero».
Ormai non si usa più la pellicola.
«I miei primi passi nella fotografia sono stati con la pellicola, ho dei ricordi bellissimi che non potrò mai cancellare. È stata indispensabile per la mia formazione e per le mie capacità. Con la pellicola dovevo aspettare di vedere quello che veniva fuori e sbagliare la messa a fuoco o l’esposizione di mezzo diaframma significava rovinare la foto. Non era piacevole, ma sono cresciuto ed ho imparato proprio da quegli errori. Quando con la Nikon D90, nel 2009, ho lasciato la pellicola ho percepito la differenza. Col digitale puoi vedere subito lo scatto e se non ti convince puoi rifarlo o scattarne infinite per scegliere le migliori».
Quando viaggia cosa porta con sè?
«Nei miei primi viaggi fotografici mi portavo dietro di tutto. Ora, con l’esperienza, solo quello che mi serve realmente: 2 macchine, 4 obiettivi, 3 batterie di riserva e tante schede».
Usa mai dei programmi per migliorare le foto?
«Sì. Però una bella foto deve nascere mentre si sta fotografando. Se non si segue questa regola poi si perdono ore per sistemare scatti, spesso irrecuperabili».
Stampa le sue foto?
«Le fotografie nascono e continuano a vivere solo se le stampi o, ancora meglio, se sono appese ad una parete. Se rimangono in un hard disk muoiono. Oggigiorno si scattano migliaia di foto, ma si stampa pochissimo, quasi niente. Dovremmo imparare ad avere più rispetto per i nostri ricordi».
Ha mai pensato di fare della sua passione un lavoro?
«Mi piacerebbe, ma avrei paura di perdere l’entusiasmo e di rovinare tutto il divertimento. La fotografia è un piacere personale e non lo faccio per compiacere gli altri».
Qual è il suo sogno nel cassetto?
«Vorrei continuare a viaggiare e fotografare paesaggi perché mi fa sentire vivo. Mi piacerebbe andare in Groenlandia e Patagonia, ma anche tornare in quella Scozia che mi ha sorpreso molto. Mi auguro in futuro di realizzare una mostra di fotografie nella mia Altamura. Un libro fotografico, una sorta di diario di bordo, con tante immagini che appartengono alla mia vita, con aneddoti, poesie e racconti».