Era il 2007, governo Prodi, quando per la Campania scattava il controllo straordinario sulla sanità. Un’era politica fa. Oggi, dopo quasi due decenni, il governo centrale ha dato il via libera all’uscita dal piano di rientro, chiudendo una stagione fatta di vincoli, tagli e monitoraggi serrati. Un traguardo che segna il ritorno alla gestione ordinaria.
Scenario opposto in Puglia, dove il piano di rientro – formalmente avviato nel 2011 (quattro anni dopo)– non è mai stato realmente superato. Anzi, torna oggi più attuale che mai alla luce del nuovo disavanzo da 369 milioni di euro registrato nel 2025. Un’anomalia evidente se si mettono in fila i numeri. La Campania, pur con una popolazione più ampia – circa 6 milioni di abitanti contro i 4 della Puglia – riceve dal fondo sanitario nazionale circa 12 miliardi di euro, contro i 8 miliardi destinati alla Puglia.
Quasi quattro miliardi di differenza. Eppure il risultato sul piano dei servizi racconta un’altra storia. Nella classifica dei Livelli essenziali di assistenza, il principale indicatore della qualità del sistema sanitario, la Puglia si colloca al nono posto, mentre la Campania è tredicesima. Tradotto: la regione che esce dal piano di rientro presenta performance peggiori rispetto a quella che resta sotto osservazione. Un paradosso che riapre il tema dei criteri di valutazione, considerati da più parti superati e incapaci di fotografare davvero lo stato di salute dei sistemi sanitari regionali.
Ma che non cancella le responsabilità interne. Perché se è vero che il quadro normativo presenta limiti evidenti, è altrettanto vero che la traiettoria dei conti pugliesi racconta una gestione che negli ultimi anni ha perso il controllo. Il punto di svolta è nel biennio 2024–2025. Nel 2023 il disavanzo era fermo a 39 milioni di euro, il dato più basso mai registrato. Una fase in cui, su impulso dell’allora assessore alla Sanità Rocco Palese e del capo dipartimento Vito Montanaro, la Regione aveva introdotto una stretta sulla spesa: tetti rigorosi per cliniche private, farmaceutica, servizi e Sanità Service, con blocchi su assunzioni e costi ritenuti non essenziali.
Nel 2024 il deficit era salito a 138 milioni, mantenendosi comunque entro una dimensione ancora governabile. Poi la rottura. Dopo l’uscita di scena di Palese, nel 2025 – anno elettorale – i vincoli si allentano e la spesa torna a correre. Il risultato è una voragine da 369 milioni di euro, alimentata da una serie di scelte politiche e amministrative difficili da sostenere in un sistema già sotto pressione. Dall’accordo con i medici di famiglia da 80 milioni di euro, il doppio rispetto al precedente, all’internalizzazione dei servizi delle sanità service (le società satelliti delle Asl) e di quattro Rsa con nuovi costi per personale e gestione.
Senza dimenticare i viaggi della speranza da 345 milioni, la spesa farmaceutica fuori controllo – fenomeno diffuso ma particolarmente pesante anche in Puglia – e una sequenza di interventi normativi su servizi sanitari aggiuntivi difficilmente compatibili con i vincoli del piano di rientro. Il confronto con la Campania, a questo punto, diventa inevitabile e politicamente pesante. Perché mentre una regione chiude un ciclo durato quasi vent’anni, la Puglia si ritrova punto e a capo, con il rischio concreto di nuove strette e di un rafforzamento del controllo statale. Risultato la Campania ride e la Puglia piange e si rode il fegato ma chi è causa dei suoi mali.
Il tema della sanità risuona anche al Forum di Vespa alla masseria Li Reni. Il sottosegratario alla Salute Gemmato dichiara di augurarsi che non si chiudano ospedali in Puglia e in serata il segretario Pd De Santis, replica, piccato: «In Puglia nessuno vuole chiudere ospedali, è il ministero della Sanità che chiede di chiudere reparti per efficientare il sistema sanitario, lo chiede alla Puglia e ad altre regioni. Invece di lanciare messaggi fuorvianti Gemmato dia una mano alla sua Regione ed eviti polemiche sterili».