La Corte costituzionale accende i riflettori su una partita che vale milioni e che, da anni, pesa sui bilanci regionali. Al centro del contenzioso c’è il nodo dei risarcimenti per danni da vaccinazioni, trasfusioni ed emoderivati: somme anticipate dalle Regioni, ma – secondo la denuncia della Puglia – mai restituite integralmente dallo Stato.
È proprio il ricorso presentato dalla Regione Puglia contro la legge di Bilancio 2025 ad aver aperto il caso davanti alla Consulta. Una legge che, secondo l’ente regionale, ignora il principio di rimborso delle spese sostenute per gli indennizzi previsti dalla legge 210 del 1992, scaricando di fatto sulle casse locali un onere che la normativa attribuisce allo Stato.
La storia dei finanziamenti è chiara: fino al 2011 gli indennizzi venivano coperti con trasferimenti statali. Tra il 2012 e il 2014 sono arrivati contributi, spesso in ritardo. Poi lo stop. Dal 2015 ad oggi, le Regioni hanno continuato ad anticipare le risorse senza ricevere ristori strutturali, salvo interventi parziali nel 2021 e nel 2023. Un vuoto che, in media, pesa per circa 20 milioni di euro l’anno sui bilanci sanitari regionali. Per la Puglia, nel solo 2025, la quota dei risarcimenti ha raggiunto i 21 milioni di euro.
Ora la Consulta ha deciso di andare a fondo. Con un’ordinanza dello scorso marzo ha chiesto chiarimenti al ministero della Salute e alla Ragioneria dello Stato sui criteri utilizzati per quantificare i fondi destinati alle Regioni. Alla Conferenza delle Regioni è stato invece chiesto di verificare se le somme anticipate siano state sottratte alle risorse della sanità.
La risposta della Puglia è netta: tutte le spese per gli indennizzi sono state contabilizzate nel perimetro sanitario, come impone la normativa sul monitoraggio dei conti del servizio sanitario nazionale. Un punto che rafforza la tesi regionale: quei fondi, utilizzati per coprire una funzione statale, avrebbero inevitabilmente ridotto le risorse disponibili per ospedali e servizi.
Non solo. La Regione contesta anche la linea dell’Avvocatura dello Stato, secondo cui i tagli ai trasferimenti avviati nel 2010 sarebbero ancora giustificati. Una posizione che, secondo la Puglia, rischia di trasformare misure straordinarie in strumenti permanenti, con possibili profili di incostituzionalità.
Il paradosso, però, resta politico oltre che contabile. Da un lato lo Stato non rimborsa integralmente le somme anticipate; dall’altro richiama le Regioni a non utilizzare fondi sanitari per coprire quegli stessi indennizzi. Un cortocircuito istituzionale che ora finisce sotto la lente della Consulta.
Se il ricorso della Puglia dovesse essere accolto, gli effetti sarebbero immediati anche sui conti regionali: si aprirebbe la strada a una ridefinizione del disavanzo sanitario 2025, oggi stimato in 369 milioni di euro, con una possibile riduzione legata al riconoscimento delle somme anticipate per gli indennizzi.
La decisione finale non è imminente, ma il segnale è chiaro: la Corte intende chiarire una volta per tutte chi deve pagare il conto. E soprattutto con quali risorse.