Quanto costerà davvero alle casse regionali il piano anti-liste d’attesa varato dal governatore Antonio Decaro? La risposta, almeno sulla carta, è sorprendente: non ci sono stanziamenti ad hoc, ma le risorse arriveranno dal Fondo sanitario regionale esistente. Nel provvedimento approvato dalla Regione, infatti, non compare alcuna voce di spesa aggiuntiva dal bilancio autonomo. Piuttosto, il piano si configura come una cornice tecnica e organizzativa che rimette in fila strumenti normativi e gestionali già esistenti, molti dei quali utilizzati – con risultati alterni – nell’ultimo decennio.
Il testo richiama innanzitutto il Piano regionale di governo delle liste d’attesa 2019-2021, demandando alle Asl la predisposizione di piani aziendali attuativi. Tra le leve individuate figurano l’estensione degli orari di erogazione delle prestazioni, le aperture serali e nei fine settimana, il contrasto all’inappropriatezza prescrittiva, l’istituzione di cabine di regia con monitoraggi e report periodici, il rafforzamento del percorso di tutela per i cittadini in caso di sforamento dei tempi e l’utilizzo dell’intramoenia come strumento correttivo. A tutto questo si aggiunge il collegamento diretto tra il raggiungimento degli obiettivi e la valutazione delle performance dei direttori generali.
La situazione
La filosofia del piano è chiara: nessuna iniezione di risorse fresche, ma una scommessa totale sulla riorganizzazione dell’offerta, utilizzando il personale e i fondi già disponibili attraverso il Fondo sanitario nazionale. Le dieci aziende sanitarie pugliesi sono chiamate a misurare la propria capacità di risposta rispetto a circa duemila prestazioni giornaliere, con particolare riferimento alle visite urgenti (entro tre giorni), a quelle brevi (entro dieci giorni) e alle prestazioni oncologiche che interessano complessivamente circa 150 mila pazienti.
L’operatività
Entro fine gennaio ogni Asl dovrà presentare un piano sperimentale dettagliato. In caso di incapienza dell’organico, la programmazione dovrà indicare soluzioni alternative qualora le prestazioni aggiuntive – gli straordinari previsti dal contratto nazionale proprio per abbattere le liste d’attesa – non fossero sufficienti a coprire la domanda di salute. Solo a quel punto scatterà la possibilità di ricorrere a fondi aggiuntivi già previsti dalla normativa, senza nuove coperture regionali.
Si tratta di un plafond pari al 5 per cento del budget complessivo destinato agli ospedali ecclesiastici: circa 20 milioni di euro su 400 milioni totali. In alternativa, potrà essere utilizzato il 5 per cento dei rimborsi alle cliniche private, pari a circa 15 milioni su un volume annuo di 300 milioni, oppure il 5 per cento della medicina specialistica, per ulteriori cinque milioni circa. In parallelo partirà un giro di vite sull’appropriatezza prescrittiva. A partire da marzo, ogni 10 del mese, saranno verificati visite ed esami richiesti dai prescrittori, con un sistema di controlli e sanzioni che, nei casi più gravi, potrà arrivare fino alla sospensione dal servizio del professionista.