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Autonomia differenziata in sanità, Anelli: «La cura non può dipendere da dove si risiede»

L’autonomia differenziata in sanità rischia di acuire le già profonde differenze tra le regioni aumentando le disuguaglianze, a vantaggio dei privati

Autonomia differenziata in sanità, Anelli: «La cura non può dipendere da dove si risiede»

Dal rispetto dei livelli essenziali di assistenza, alla mobilità sanitaria, dalla percentuale di rinuncia alle prestazioni da parte dei cittadini, alle forti differenze in termini di personale, a cominciare dai medici di famiglia e dagli infermieri. L’autonomia differenziata in sanità rischia di acuire le già profonde differenze tra le regioni aumentando le disuguaglianze, a tutto vantaggio dei privati. È l’allarme lanciato dalla Fondazione Gimbe durante l’audizione del presidente Nino Cartabellotta davanti alla commissione Affari Costituzionali del Senato sugli schemi di pre-intesa delle Regioni Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria.

La conseguente richiesta è stata quella di sospendere l’iter o di subordinarlo a una moratoria «fino all’adozione di un sistema nazionale di monitoraggio dell’impatto delle maggiori autonomie su salute, accesso ed equità».

Il tema

Un problema che interessa in particolar modo il territorio del Mezzogiorno. Non a caso, in una nota inviata al governo già ad inizio aprile, il presidente della giunta regionale pugliese Antonio Decaro, insieme al suo collega campano Roberto Fico, avevano espresso «parere sfavorevole alla devoluzione di funzioni in assenza di garanzie strutturali su finanziamento, perequazione e tutela dei diritti fondamentali». Posizione condivisa anche da Filippo Anelli, medico pugliese presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri: «La Fondazione Gimbe coglie un punto essenziale – spiega – il tema non è negare in astratto l’autonomia differenziata, ma impedire che la sua applicazione concreta, in Regioni che partono da condizioni profondamente diverse, finisca per ampliare ulteriormente i divari già esistenti».

Particolarmente delicato, a suo avviso, è il tema della mobilità sanitaria. «Il diritto del cittadino di scegliere dove curarsi – continua Anelli – non può trasformarsi in un fattore di sperequazione tra territori, né può tradursi in un aggravio fiscale per le Regioni più penalizzate. La libertà di cura e di scelta del luogo di cura appartiene ai diritti fondamentali della persona e deve essere garantita dall’intera Repubblica».

Cosa fare allora? «Prima di dare attuazione alle intese – conclude Anelli – occorre omogeneizzare le condizioni minime di partenza: personale, posti letto, dotazioni tecnologiche, strumenti diagnostici, capacità di presa in carico e accessibilità ai servizi. Senza questo passaggio preliminare, l’autonomia rischia di diventare non uno strumento di efficienza, ma un moltiplicatore delle disuguaglianze. Il diritto alla salute è un diritto di cittadinanza. Non può dipendere dalla Regione di residenza, dalla capacità fiscale del territorio o dalla maggiore o minore attrattività di un sistema sanitario regionale».