La Regione Puglia, la stessa che ha ottenuto il via libera della Corte Costituzionale per la legge sul salario minimo di 9 euro nei contratti di appalto pubblici, si trova al centro di un caso dai contorni paradossali. La settimana scorsa, il presidente della giunta regionale, Antonio Decaro, ha annunciato con entusiasmo via social network la pubblicazione del primo bando di gara che applica la «clausola del salario minimo», dichiarando pubblicamente in una clip diffusa su Facebook, che sottolineava il ruolo pionieristico della Puglia nel riconoscimento di tutele salariali ai lavoratori degli appalti regionali: «Abbiamo preso un impegno quando la legge è passata al vaglio della Corte Costituzionale e oggi lo stiamo mantenendo».
Peccato, però, che da un’analisi più approfondita dei documenti ufficiali, emerga un’altra realtà. Il bando in questione, suddiviso in due lotti – uno relativo al servizio di guardia armata negli immobili regionali, l’altro al servizio di portierato disarmato – contiene nelle proprie «lex specialis» riferimenti alle tabelle ministeriali di parametrizzazione delle retribuzioni, con valori inferiori a quanto previsto dalla legge regionale. Nel primo caso, la paga oraria indicata ammonta a poco più di 8 euro; nel secondo, la soglia scende ulteriormente, confermando uno scostamento significativo rispetto ai 9 euro stabiliti dalla normativa pugliese, di quasi due euro. Questa discrepanza ha sollevato interrogativi tra esperti di diritto del lavoro e sindacalisti, che parlano di un possibile corto circuito tra l’intento legislativo e la pratica amministrativa.
«È un esempio di come la buona intenzione, in politica e normativa, rischi di scontrarsi con procedure e abitudini consolidate. La legge c’è, ma la sua applicazione concreta sembra essere aggirata», commenta un rappresentante sindacale locale. Il risultato di questa vicenda, è che nel prezzo dei servizi che la Regione Puglia pagherà all’impresa vincitrice del bando, non vi saranno le risorse necessarie a garantire che tutti i lavoratori dell’appalto possano effettivamente percepire una retribuzione oraria non inferiore all’atteso salario minimo. Il caso evidenzia, inoltre, la difficoltà di tradurre in pratica misure di tutela dei lavoratori quando si tratta di appalti pubblici complessi, dove costi, convenzioni e parametri nazionali si intrecciano.
Mentre la giunta regionale continua a rivendicare l’impegno per il rispetto della legge, l’attenzione di sindacati e opinione pubblica resta alta: la «promessa social» rischia, infatti, di apparire più simbolica che reale, soprattutto per chi, ogni giorno, svolge i servizi di portierato e guardiania negli edifici pubblici. Il bando della Puglia diventa così il simbolo di un paradosso, dimostrando che la legge c’è, i proclami anche, ma la sostanza concreta rischia di non arrivare nelle tasche dei lavoratori in base alla costruzione degli atti amministrativi. Un garbuglio da sciogliere per rispettare le promesse fatte ai destinatari finali delle politiche pubbliche.
La retribuzione minima ricadrà solo sugli imprenditori
Il primo bando regionale della Puglia che dovrebbe applicare il salario minimo di 9 euro all’ora nasconde un paradosso tecnico destinato a creare difficoltà alle imprese aggiudicatarie.
La Regione, infatti, ha calcolato il valore a base d’asta dell’appalto considerando un costo orario della manodopera di 18,84 euro, corrispondente – secondo le tabelle ministeriali e il CCNL di riferimento – a una retribuzione effettiva di soli 8,79 euro per un lavoratore inquadrato al terzo livello. La Legge regionale n. 30 del 2024 stabilisce il salario minimo come «trattamento economico minimo» (TEM), cioè la sola paga base tabellare del contratto collettivo, escludendo elementi aggiuntivi come scatti di anzianità, mensilità extra o accordi integrativi.
Nel caso del CCNL per servizi di pulizia e multiservizi, il TEM calcolato in base al costo indicato dalla Regione si traduce in 7,75 euro lordi all’ora per il lavoratore. In sostanza, il bando impone alle aziende vincitrici di garantire 9 euro lordi all’ora, ma il prezzo fissato a base di gara corrisponde a meno di 8 euro. La differenza dovrà quindi evidentemente essere coperta dalle imprese stesse, costrette a pagare più dei fondi pubblici loro assegnati. Un paradosso che ribalta il concetto stesso di tutela dei lavoratori: non è più l’impresa a rischiare di ridurre le retribuzioni, ma la Regione a scaricare il «costo minimo» sui bilanci aziendali.
Esperti di contrattualistica e rappresentanti di categoria hanno definito la situazione «inquietante»: la legge c’è e prevede tutele per i lavoratori, ma la modalità di applicazione pratica rischia di generare contenziosi e oneri aggiuntivi a carico delle aziende. Il bando pugliese diventa così un esempio di discrepanza tra norma e pratica: promesse social e legislative valide sulla carta, ma difficili da tradurre nella realtà dei conti pubblici e privati.










