Nella consueta conferenza stampa di inizio anno, la premier Giorgia Meloni ha tracciato la rotta del Governo sulla riforma della legge elettorale, confermando la determinazione del centrodestra a procedere anche in solitaria. «Ci sono interlocuzioni, non al mio livello, con le minoranze», ha spiegato la presidente del Consiglio, sottolineando che, sebbene il dossier sia in mano al Parlamento, in caso di ostruzionismo da parte delle opposizioni la maggioranza andrà avanti da sola». Meloni ha lanciato una provocazione politica diretta alla segretaria del Pd, Elly Schlein, sostenendo che dovrebbe essere favorevole a un sistema proporzionale con premio di maggioranza.
Secondo la premier, tale modifica garantirebbe a chi vince di governare per cinque anni con stabilità: «Sarebbe un vantaggio per tutti, forse ancor più importante per l’opposizione che per la maggioranza». Queste parole svelano i primi cardini inseriti nella bozza che circola tra i capigruppo di Camera e Senato. Sebbene i dettagli tecnici siano ancora riservati, tra i corridoi il Transatlantico e il Salone Garibaldi si fa sempre più strada l’ipotesi di un «ritorno al sistema delle preferenze».
Non si tratterebbe, però, di un remake delle vecchie «cordate» tra capicorrente e gregari come era nella Prima Repubblica. L’orientamento che emerge dai conciliaboli nei corridoi di Montecitorio e Palazzo Madama punta a un sistema misto: capilista bloccati per blindare esponenti di spicco o profili tecnici e gara del consenso per tutte le altre caselle.
Un punto fermo della riforma, se approvata prima delle elezioni politiche del 2027, sarebbe l’abolizione dei collegi uninominali. Questo comporterebbe una profonda revisione delle circoscrizioni. Prendendo il caso della Puglia, un’ipotesi plausibile potrebbe vedere una divisione per la Camera in due macro-aree: da una parte le tre province del Grande Salento: Lecce, Taranto e Brindisi, dall’altra l’area metropolitana di Bari insieme a Bat e Foggia.
Per il Senato, invece, si profilerebbe un’unica circoscrizione regionale, rendendo la competizione per Palazzo Madama e Montecitorio molto simile a quella per il Parlamento europeo. Se questo impianto venisse confermato, si segnerebbe la fine di un’era durata vent’anni, iniziata con la legge Calderoli, il cosiddetto “porcellum”. Dopo due decenni di candidati «calati dall’alto» e spesso scollegati dai territori di riferimento, la nuova riforma punterebbe a ripristinare un rapporto diretto tra eletti ed elettori, restituendo ai cittadini il potere di scelta attraverso il voto di preferenza. Un cambiamento che promette di rivoluzionare la geografia del potere e le modalità della ricerca del consenso nei singoli territori.










