Al Sud si differenzia di più e meglio ma, a causa della scarsa dotazione di impianti, si smaltisce ancora troppo in discarica. E’ questo il motivo per cui il Mezzogiorno è costretto a pagare una Tari più alta rispetto al resto d’Italia. E’ quanto mostra la fotografia scattata dal «Green Book» 2026, il rapporto annuale sul settore dei rifiuti urbani in Italia, promosso da «Utilitalia» e curato dalla «Fondazione Utilitatis».
Un settore in crescita
I dati raccontano di un settore in costante crescita. Nel settore rifiuti al Sud operano 288 aziende (il 41% del totale) con un fatturato che ha superato i tre miliardi di euro. Aumentano gli investimenti in tutte le macroaree a dimostrazione di una netta accelerazione rispetto ai fabbisogni infrastrutturali pregressi. La spinta del Pnrr ha contribuito a concentrare risorse nelle aree con maggiori divari territoriali. Tuttavia, il livello medio di investimento delle aziende del Sud resta inferiore a quello del Nord, con 2,8 milioni di euro contro 4,5 milioni. Buono il dato occupazionale: più di 38mila gli addetti diretti che operano ormai stabilmente nel settore.
Differenziata in aumento
Nel 2024 al Sud sono state prodotte circa 9 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, pari a 454 kg/abitante, in aumento rispetto al 2023 (+5 kg/abitante). La buona notizia riguarda la raccolta differenziata: confermando una tendenza nazionale, ha raggiunto i 5,38 milioni di tonnellate, pari al 60% della produzione del meridione, in crescita di oltre un punto percentuale rispetto al 2023.
Ma che fine fanno questi rifiuti differenziati? E qui arrivano le note dolenti. Per quanto riguarda la gestione, il Mezzogiorno continua a smaltire il 37% dei rifiuti urbani in discarica (oltre 1,6 milioni di tonnellate), rispetto a una media nazionale scesa al 15%. Sul fronte del recupero energetico, inoltre, permane una forte concentrazione territoriale: nel 2024 il Nord tratta quasi il 75% dei rifiuti urbani inceneriti a livello nazionale, mentre il Sud si ferma al 17%; nel Mezzogiorno, infatti, sono operativi soltanto 6 impianti e quello di Acerra tratta quasi il 73% dei rifiuti inceneriti. Insomma, il deficit impiantistico resta il nodo centrale: al 2035 nel Sud peninsulare e in Sicilia serviranno circa 1,7 milioni di tonnellate di capacità aggiuntiva per il trattamento dell’organico e 1,1 milioni di tonnellate per l’indifferenziato residuo.
Viaggi a caro prezzo verso
il Nord
La carenza impiantistica, soprattutto per il trattamento della frazione indifferenziata e dell’organico, ha come conseguenza i viaggi dei rifiuti verso gli impianti del Nord, che ha la maggiore dotazione, e del Centro. Oltre al problema delle emissioni connesse al trasporto in contrasto con l’economia circolare, questo deficit incide inevitabilmente sui costi di gestione dei rifiuti che presentano forti differenze territoriali: in media 378 euro annui nel Mezzogiorno contro i 288 euro del Nord, ben 90 euro di più. In questo complesso quadro assume rilievo strategico anche il tema del possibile inquadramento degli impianti Waste to Energy nel sistema ETS, previsto dalla Direttiva Ue 959/2023. Pensata per disincentivare lo smaltimento tramite incenerimento, promuovendo il riuso e il riciclo, secondo quanto denunciato dalle associazioni di categoria del settore, potrebbe causare un forte aumento dei costi di gestione (e di conseguenza delle tariffe per i cittadini) senza un’effettiva alternativa per i rifiuti non riciclabili. «L’eventuale inclusione dei termovalorizzatori nel sistema ETS – dice il presidente di Utilitalia, Luca Dal Fabbro – rischierebbe di generare ulteriori aggravi tariffari per Comuni, cittadini e imprese, senza produrre benefici ambientali significativi, perché questi impianti trattano rifiuti non riciclabili e svolgono una funzione essenziale per la chiusura del ciclo. Serve un impegno straordinario, coordinato tra istituzioni e imprese, per garantire stabilità agli investimenti in coerenza con la gerarchia europea dei rifiuti».
