Che farà il presidente uscente della Regione Puglia, Michele Emiliano, dopo la proclamazione del successore Antonio Decaro il prossimo 7 gennaio? La risposta, almeno nelle intenzioni dell’interessato, è tutt’altro che un’uscita di scena. «Resto qui», ha scandito l’ex governatore rispondendo l’altro giorno ai cronisti a margine della conferenza stampa sul passaggio delle quote di Acquedotto Pugliese ai Comuni. Due sole parole che lasciano intravedere una nomina quasi acquisita da assessore esterno nella futura giunta guidata da Decaro.
Un’ipotesi che lo stesso presidente uscente ha rafforzato raccontando di «un ottimo dialogo e di un rapporto costante» con il suo successore designato. La conferma, nei fatti, di quel patto politico siglato ad agosto, che prevederebbe per Emiliano un ruolo operativo e non simbolico: un assessorato costruito su misura, dedicato alle crisi industriali – a partire dal dossier più esplosivo, quello dell’ex Ilva – oppure, in alternativa, allo Sviluppo economico. Uno scenario che consentirebbe a Emiliano di restare al centro delle partite più delicate della Puglia, capitalizzando il patrimonio di relazioni e di conoscenze accumulato in dieci anni di presidenza. Il tutto in attesa di una candidatura alle politiche del 2027 nel Partito democratico.
L’alternativa, ben più radicale, è il ritorno alla magistratura. Un’opzione tecnicamente possibile, ma con un vincolo non secondario: il rientro in toga non potrebbe avvenire in Puglia, bensì in un altro distretto giudiziario. Un ritorno alle origini che, a sentire l’ex pm antimafia, non sarebbe affatto un ripiego. Emiliano ha più volte raccontato di essersi costantemente aggiornato in questi anni, lasciando intendere che la tentazione di tornare a fare il magistrato non è mai del tutto svanita. Ma nei corridoi della politica e della giustizia circola anche una terza ipotesi, più silenziosa ma non meno ambiziosa: un approdo al Consiglio Superiore della Magistratura come membro laico.
Una strada che, secondo i rumors, potrebbe passare da una permanenza temporanea nella giunta Decaro, giusto il tempo di traghettare la legislatura e attendere il rinnovo dell’organo di autogoverno delle toghe. Interpellato direttamente, Emiliano ha però escluso «categoricamente» questa possibilità. Parole nette, che tuttavia non spengono del tutto le indiscrezioni. Anche perché i tempi istituzionali restano incerti. Le elezioni dei componenti laici del CSM, affidate al Parlamento in seduta comune, non seguono un calendario fisso: avvengono alla scadenza dei mandati o in caso di rinnovi parziali. L’ultimo voto risale all’agosto 2025, quando dopo più scrutini è stato eletto Daniele Porena. Per un eventuale nuovo passaggio alle urne, servirebbe un’indizione formale che al momento non c’è.
Sul fondo, poi, incombe la riforma della giustizia, che ridisegna l’assetto del CSM prevedendo due distinti Consigli, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Una riforma che dovrà passare dal vaglio di un referendum costituzionale atteso nella primavera del 2026, con una possibile finestra tra fine marzo e inizio aprile. Un passaggio che potrebbe cambiare profondamente gli equilibri e rendere ancora più fluido lo scenario. In questo intreccio di opzioni, smentite e mezze aperture, una cosa appare certa: per Michele Emiliano il dopo-Regione non sarà un tempo vuoto.
Che sia in giunta, in toga o – nonostante tutto – nei palazzi romani della giustizia, il governatore uscente non sembra intenzionato a farsi da parte. La partita, insomma, resta apertissima, da 1 X 2.









