Mentre la tassa sui rifiuti pesa sempre più sulle tasche delle famiglie pugliesi, una nuova emergenza sta mettendo in crisi il settore dello smaltimento. Circostanza particolarmente preoccupante in una regione che non ha ancora chiuso il ciclo dei rifiuti e deve far fronte alle crisi cicliche con impianti insufficienti e spesso al collasso. Parliamo di quella che comunemente viene conosciuta come “fast fashion”, tradotto alla lettera “moda veloce”. Due semplici parole che contengono significati molto più profondi e complessi.
Quando clicchiamo sul mouse per acquistare capi di abbigliamento da siti on line o compriamo da grandi magazzini low cost, stiamo alimentando, più o meno consapevolmente, un mercato complesso che si origina in Paesi come India, Pakistan, Cina, viaggia su vari mezzi in giro per il mondo e finisce per il 40% nelle nostre discariche. E’ questa infatti la percentuale di abbigliamento di bassa qualità che oggi contribuisce ad ampliare la parte più costosa dei nostri rifiuti, quella non riciclabile. E ci finisce sempre più frequentemente perché si tratta di capi che hanno una durata di vita breve.
E’ stato calcolato che il 60% viene indossato 6-7 volte al massimo. Il fenomeno viene monitorato da tempi relativamente brevi per avere dati aggregati a livello locale, ma è stato calcolato che ogni anno produciamo in media 11 kg di rifiuti tessili a testa, l’equivalente di 70 t-shirt o di 30-35 maglioni. Poco male se questi articoli fossero 100% cotone, lana o fibre naturali. In realtà oltre il 60% dei materiali utilizzati per l’abbigliamento, con punte dell’82%, sono fibre sintetiche come poliestere e nylon, spesso derivate inoltre da combustibili fossili.
L’Agenzia Europea dell’Ambiente ha calcolato che nel 2030 saranno prodotti nel mondo 145 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. E il dato è in costante crescita. Ma c’è di più: oltre un terzo o più delle micro plastiche che finiscono nell’oceano provengono proprio dai vestiti. Un unico carico di bucato di abbigliamento in poliestere può comportare il rilascio di 700.000 fibre di micro plastica che rischiano di finire anche nella catena alimentare. E a completare il quadro il fatto che questi capi vengano prodotti in Paesi poveri ed emergenti con dubbie politiche sul lavoro e che le produzioni sfuggano totalmente ai rigorosi standard europei, creando un’ulteriore concorrenza sleale nei confronti delle produzioni locali.
Cosa fare quindi?
Qualcosa ha iniziato a muoversi a livello Ue ma dovrà scontare i soliti tempi lunghi della burocrazia e comunque risolverà solo parzialmente, forse, il problema. Tra poco più di un mese entrerà in vigore la EPR (Extended Producer Responsibility, ossia responsabilità estesa del produttore), una normativa europea che renderà i produttori responsabili della gestione del fine vita dei prodotti tessili, come abbigliamento e calzature. Ha lo scopo di ridurre l’impatto ambientale, incentivare il riciclo e il riuso e spingere i produttori verso l’eco-design, promuovendo un’economia più circolare per il settore. In Italia la normativa è già stata recepita dal ministero dell’Ambiente che ha confermato la data del 2026. Ma serviranno politiche locali e campagne di comunicazione sul riuso e sulla qualità per provare a invertire la tendenza. In una regione come la Puglia, in cui si è tornato a coltivare cotone, una speranza c’è.










