Chi curerà l’Italia domani? Il titolo dell’ultimo report della Fondazione Gimbe lancia l’allarme sulla carenza di personale nel Servizio Sanitario Nazionale che, secondo le previsioni dell’organizzazione indipendente, diventerà cronica nei prossimi anni. La causa principale, al netto delle promesse politiche bipartisan, è certamente legata a un taglio costante delle risorse. Nel periodo 2012-2024 la spesa dedicata al personale è stata la più sacrificata, essendo scesa dal 39,7% del 2012 al 36,6% del 2024.
Ipotizzando di mantenere costante per tutto il periodo 2012-2024 la quota di spesa per il personale registrata nel 2012 (39,7%), la portata di questa riduzione emerge in tutta la sua gravità: in 12 anni il personale sanitario del SSN ha complessivamente perso 33,04 miliardi, di cui il 38% (12,47 miliardi) nel triennio 2022-2024. Il risultato è una vera e propria fuga di medici e infermieri verso il pubblico ma anche un minore appeal della professione tra i giovani. Per esempio a Infermeristica il rapporto tra domande presentate e posti disponibili è sceso sotto quota 0,9, con un crollo vertiginoso rispetto agli anni pre-pandemia e un numero di candidati ormai inferiore ai posti messi a bando.
Oggi oltre 90mila medici non lavorano nel SSN come dipendenti o convenzionati né come medici in formazione specialistica. In sostanza non una carenza assoluta di camici bianchi, ma una grave emorragia verso il privato. In questo quadro la prima carenza è quella dei medici di medicina generale (oltre 5.700 quelli mancanti al primo gennaio 2025). Inoltre numerose specialità, come le discipline di laboratorio, la radioterapia, la medicina nucleare, o le cure palliative, sono diventate poco attrattive. Altra situazione critica riguarda proprio il personale infermieristico: l’Italia è al 23mo posto su 31 paesi europei dell’area Ocse, con solo 6,9 infermieri per 1.000 abitanti.
La Puglia conferma il trend nazionale
Situazioni che diventano ancora più complesse in regioni come la nostra, davanti a una popolazione che invecchia sempre di più. Oggi in Puglia mancano circa 279 medici di famiglia, ed entro il 2028 la regione ne perderà altri 702, che raggiungeranno l’età della pensione. Ma la sanità pugliese affronta una grave carenza di personale nel suo complesso, con un deficit stimato tra il 25% e il 30% rispetto alle piante organiche. Particolarmente critiche sono le dotazioni del 118 (mancano circa 330 medici su 530) e delle Guardie Mediche, con l’Asl di Bari sotto di 50 unità nel solo servizio di emergenza. La carenza di specialisti riguarda soprattutto anestesia, rianimazione, chirurgia generale e medicina nucleare. In questo caso non è solo un problema di risorse. Il Fondo Sanitario Regionale della Puglia ha registrato un trend di crescita, passando da 8,3 miliardi di euro nel 2023 a circa 8,7 miliardi nel 2025. Ciononostante, il sistema sconta un forte squilibrio strutturale, certificato con un disavanzo di circa 349 milioni di euro che impone di ricorrere di tanto in tanto al blocco del turn over.
La necessità di un piano nazionale
Secondo la Fondazione Gimbe per invertire la rotta serve un piano straordinario per il personale sanitario che contenga alcuni punti precisi: programmazione dei fabbisogni, superamento di tutti i vincoli che limitano le assunzioni, rinnovi contrattuali adeguati al costo della vita, migliori condizioni di lavoro, valorizzazione delle competenze, riduzione della burocrazia, maggiore sicurezza nei luoghi di cura, nuovi percorsi di carriera, rilancio delle professioni sanitarie e investimenti strutturali nella formazione.
