Antonello Bruno, presidente di Confagricoltura Puglia, condivide le preoccupazioni di queste ore su riforma della Politica Agricola Comune (PAC), futura programmazione delle risorse 2028-2034, ampliamento dell’Unione Europea a Paesi che rischiano di sottrarre altri fondi al settore ma anche di entrare in concorrenza con i prodotti made in Puglia.
Secondo un recente studio del CER (Centro Europa Ricerche) l’allargamento a Ucraina, Moldavia e Montenegro farebbe perdere alla Puglia circa un terzo delle risorse attuali. Non solo fondi di coesione ma anche una buona fetta di risorse legate al mondo agricolo e zootecnico. Siete preoccupati?
«Oggi immaginare una catastrofe è prematuro, ma ci sono non pochi aspetti su cui fare battaglia. C’è un dato preoccupante che riguarda in particolare il settore dell’olivicoltura. I titoli PAC sono certificati virtuali assegnati dall’Ue agli agricoltori che danno diritto a ricevere un contributo economico annuale per ogni ettaro di terreno coltivato. Per incassare il valore del titolo, l’agricoltura deve essere attiva e rispettare precisi standard ambientali e di cura del territorio. Questi titoli passeranno da 240 a 160 euro/ettaro e si ridurrà anche l’aiuto accoppiato, che è un premio del 20% riconosciuto a livello nazionale. In totale questo settore, che da sempre è tra quelli trainanti dell’economia pugliese, con oltre 163mila aziende e 60 milioni di ulivi che generano regolarmente oltre la metà dell’intera produzione nazionale di olio d’oliva, rischia di perdere almeno il 40% di risorse. Se sommiamo questo dato alla crisi dell’olio dovuto alla concorrenza sleale di alcuni Paesi extraeuropei e alla Xylella, si capisce che la situazione può diventare drammatica. Un ulteriore taglio intorno al 30% non sarebbe assolutamente sostenibile. Tra l’altro è appena iniziato il semestre di presidenza irlandese, uno dei “Paesi frugali” Ue che punta alla riduzione su ampia scala dei fondi comunitari. Si preannunciano tempi duri».
C’è da temere la concorrenza dei nuovi Paesi in ingresso su alcuni prodotti pugliesi?
«Beh, certamente l’Ucraina, non avendo i nostri stessi standard retributivi, riuscirebbe a immettere sul mercato a costi inferiori grano, mais, semi di girasole, olio, oltre che suini e bovini. La Carta di Matera, che condividiamo, mette proprio l’aspetto della reciprocità al centro delle nostre richieste. Servono ingressi graduali, ai quali siamo favorevoli in linea di principio, ma definendo prima in maniera precisa le regole».
L’accordo commerciale tra l’UE e i paesi del blocco Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) è invece già in vigore in via provvisoria. Come sta procedendo?
«Nelle scorse settimane un carico carni proveniente dal Brasile è stato sequestrato nel porto di Atene perchè aveva un livello troppo alto di antibiotici rispetto alla normativa Ue. Purtroppo il problema è questo: gli standard sanitari di questi Paesi. Da anni in Puglia stiamo puntando sulla qualità, ma la qualità ha un costo».
Altre emergenze?
«Sicuramente il latte. I trasformatori pugliesi, facendo cartello, ci hanno imposto un costo di 51 centesimi al litro. Continuare a pagare il latte al di sotto dei costi di produzione significa condannare alla chiusura le stalle pugliesi, impoverire il territorio e favorire le importazioni a discapito della nostra zootecnia ma anche della nostra produzione di eccellenza».
