C’è un uomo che vende case e non sa più dove abitare davvero: si chiama Arturo, crede poco, ama molto, soprattutto i dolci. Dall’altra parte c’è Flora, che invece ha una fede precisa, luminosa, quasi inflessibile. In mezzo, una presenza inattesa: il Papa. È da qui che parte il nuovo film di Pif, …che Dio perdona a tutti: una commedia che si muove tra Palermo e il Vangelo, tra l’ironia e una domanda antica: cosa succederebbe se provassimo a essere coerenti fino in fondo? Oggi Pif presenta la pellicola in Puglia: alle 19 a Brindisi (Andromeda), alle 20 a Lecce (Massimo) e alle 23 a Bari (Galleria), dove incontrerà il pubblico dopo la proiezione delle 21.
Nel film Arturo finge di credere per amore. Lei, nella vita reale, fino a che punto sarebbe disposto a tradire se stesso pur di non perdere qualcuno?
«Non credo sia quella la base di una storia d’amore. Cambiare per piacere all’altro può funzionare per un po’, ma non regge. La vera prova è accettare l’altro, con la speranza – forse illusoria – che cambi. Io non ci ho mai provato. E non lo pretenderei nemmeno».
Lei mette Dio al centro di una commedia romantica. Quasi un gesto sovversivo.
«La provocazione è: cosa succede se, in un Paese che si dice cristiano, qualcuno prova davvero a vivere il Vangelo? Non simbolicamente, ma nella pratica: dire la verità, rispettare gli altri, aiutare anche quando è scomodo. In teoria dovrebbe migliorarti la vita. Nel film succede il contrario».
Arturo è fragile, goffo, pieno di contraddizioni. È più vicino a lei o a ciò che teme di essere?
«Entrambe le cose. Di mio c’è sicuramente la passione per i dolci. E temo che, se tornassi a essere credente, diventerei estremo come lui».
È stato molto credente?
«Come molti della mia generazione: educazione cattolica, appartenenza quasi automatica. Poi iniziano le domande. La ricerca – di Dio o della sua assenza – parte proprio quando smetti di crederci per abitudine».
Com’è il suo rapporto con la Chiesa oggi?
«Credo sia migliorato, anche perché ha perso quell’aura di perfezione. E questo, per me, è positivo: mi avvicina di più a un’umanità imperfetta. Certo, su alcuni temi – come la pedofilia – ha perso troppo tempo prima di reagire».
Ha percepito un cambiamento tra Papa Francesco e Papa Leone?
«Di stile, sì. Francesco era più diretto, meno filtrato. Leone è diverso, forse più cauto. Ma è presto per giudicare. L’importante è che la voce resti forte, anche su temi politici».
Nel film convivono amore, fede e dolci. Se dovesse scegliere, cosa perderebbe con più difficoltà?
«La ricotta».
Un’identità, più che un gusto.
«Soprattutto a Palermo. Poi la Sicilia è varia: basta spostarsi di qualche chilometro e cambia tutto. A Catania il sovrano è il pistacchio».
La sua Sicilia è lontana dalla caricatura. È un gesto d’amore o una correzione?
«Tutte e due. Ho detto agli attori: non dobbiamo fare i siciliani, lo siamo già. Non serve sottolinearlo. E poi volevo raccontare anche una Palermo meno vista, non solo quella da cartolina. Senza partire sempre dalla mafia: va raccontata, ma la città è anche altro».
C’è uno stereotipo da cui vorrebbe liberarsi per sempre?
«Quello della mafia. Ma per farlo bisogna sconfiggerla davvero».
Oggi la Sicilia ci sta riuscendo?
«In parte sì. Il marchio è cambiato: oggi quando dici “Sicilia” c’è un sorriso. Ma la vera sfida è essere un posto in cui vivere bene anche quando finisce la vacanza».
Nel film Arturo decide di seguire alla lettera il Vangelo. A lei è mai capitato di provare a vivere con una coerenza assoluta?
«In piccolo, sì. Da quando mi espongo su certe battaglie sento di dover essere coerente. Se critico l’inciviltà, non posso permettermi di fare lo stesso. Non sono un santo, ma ci provo. Il paradosso è che spesso è proprio difficile rispettare le regole, nelle cose quotidiane».
E nella pratica, dove si inceppa davvero quella coerenza?
«Prendi i comandamenti. Alcuni sono tendenzialmente facili: non è che uno torna a casa e dice “oggi non ho ucciso nessuno”. Ma è sugli altri che inciampi. Sono quelli che ti mettono davvero alla prova, ogni giorno».
Il film nasce da un suo romanzo molto amato. Cosa cambia quando una storia passa dalla pagina al suo stesso corpo?
«Quando scrivo, immagino già un film. Ma il libro ti permette tutto: dettagli, pensieri, digressioni. Il cinema è un’altra lingua. E poi è passato tempo: il libro è del 2018, il film del 2026. Sono cambiato io, è cambiato il mondo».
Nel suo cinema emerge sempre una forma di tenerezza verso i personaggi.
«Mi interessa quando un personaggio parte inconsapevole e poi capisce. E che il pubblico lo capisca insieme a lui. È lì che succede qualcosa».
Se Flora non fosse stata così credente, Arturo si sarebbe innamorato lo stesso?
«Credo che la passione per i dolci sarebbe bastata».









