Martedì li abbiamo visti sfilare tutti e tre sul palco dell’Ariston, ognuno con il proprio bagaglio di storia, aspettative e strategia. Ieri è toccato al solo Meta. È anche così che funziona Sanremo, una macchina scenica che distribuisce i riflettori a turni, una narrazione che si costruisce per capitoli. Oggi sarà di nuovo il turno di Brancale e Raf. Quest’anno la stella barese si è ricordata di non essere solo l’influencer che si appoggia a colpi di reel e numeri su TikTok, ma una cantante vera: vocalità nuda e cruda, la radice stessa del mestiere.
Serena Brancale sale sul palco dell’Ariston e al primo accordo spazza via l’ologramma — superficiale per chi conosce il suo background — insinuatosi dopo l’edizione dello scorso anno: quella di una versione levigata e pronta per il mercato. Resta solo un’artista potente, personale, un filo dritto verso l’emotività dello spettatore. La sua Qui con me è una ballata affettuosa dedicata alla madre, intensa nel racconto ma — qui sta il paradosso — tenue nella melodia, tanto da lasciare la sensazione di un’occasione mancata. Non è che la canzone non funzioni, ma la struttura è fragile, quasi furbetta in alcuni passaggi, priva di quel refrain che ti resta in testa mentre esci dal teatro o spegni la tv. È un brano che testimonia un ritorno alle origini, e questo le dà credibilità.
Resta però il dubbio che servisse un’idea melodica più coraggiosa per restare davvero impressa. Il personaggio social costruito in passato sembra ora accantonato: stavolta ci sono solo la voce e la storia. E forse — paradossalmente — è proprio questa nudità a salvarla dal rischio maggiore del Festival, quello di confondersi tra interpreti carismatici ma intercambiabili.
La saggezza di Meta
Accanto a Brancale, Ermal Meta tenta la carta del Sanremo diverso, di quello che non punta al ritornello urlato ma allo sguardo largo sulle cose. Con Stella stellina si avventura in territori meno battuti: un testo che gioca con immagini e metafore, lontano dallo stereotipo della ballata sanremese standard. Si vede la mano del cantautore intelligente, in un arrangiamento che prova a sottrarsi al formato facile. Il rischio, però, è quello di finire a metà tra la denuncia lirica e la retorica: ci sono momenti in cui il brano sembra più impegnato a dimostrare la propria profondità che a essere memorabile per le orecchie di un pubblico abituato a melodie più nette. È il classico pezzo che rischia di piacere più ai critici che a chi cerca qualcosa da fischiettare. Con tutto il talento di Meta, è una scelta lodevole — e coraggiosa — ma forse anche un filo troppo sofisticata per l’Ariston.
Il déjà-vu di Raf
E poi c’è Raf, che arriva sul palco come un vecchio amico che però non ha molto da raccontare di nuovo. Ora e per sempre è esattamente ciò che ci si aspetta da uno come lui: un pop classico, confortevole, arieggiato di nostalgia e di anni ’90. Niente di male, per carità, e anzi c’è qualcosa di rassicurante nel vedere un artista di lungo corso portare sul palco esattamente quello che sa fare, senza fronzoli e senza sorprese. Raf non punta a essere «il nuovo», non tenta acrobazie o spinte generazionali: porta un pop di altri tempi e lo fa con mestiere.
Il problema è che in un Festival — che pure ha i suoi sprazzi di classicità — questa posizione può suonare più come fermo a un decennio fa che come un omaggio alla tradizione. È un ritorno alle origini, sì, ma in una cornice dove spesso si premia chi prova a guardare avanti.
Puglia a Sanremo — per ora — non si legge sui social in termini di influencer strategy o numeri gonfiati, ma come ritorno alla sostanza. Ognuno dei tre artisti riflette a suo modo una diversa idea di come si racconta la musica italiana oggi: con autenticità, con rischio, con nostalgia. È un quadro che piace tanto alla stampa quanto – forse -sfugge a chi spera in un Festival fatto di hook immediati e di tormentoni da replay.