È una giornata di mobilitazione intensa per il settore dei call center in appalto per Enel. Mentre a Roma le segreterie nazionali di Slc, Fistel e Uilcom presidiano piazza Verdi, nei pressi della direzione generale, in Puglia la tensione è massima. Al centro della protesta c’è il bando di gara emanato dal colosso dell’energia per le sedi di Bari, Lecce e Taranto, che coinvolge complessivamente 2.500 dipendenti. Ieri i lavoratori hanno tenuto un sit-in davanti alle sedi locali, mentre oggi aderiscono in massa allo sciopero che coinvolge le aziende Covisian, Network Contact e Sistema House.
Il nodo della territorialità
Uno dei punti più critici sollevati dai sindacati riguarda la clausola sociale e il vincolo di territorialità. Secondo Gianfranco Laporta, segretario generale della Fistel Cisl Puglia, l’attuale bando permetterebbe uno spostamento dei lavoratori fino a cento chilometri dalla propria sede abituale. Un’ipotesi definita insostenibile, specialmente per chi è assunto con contratti part-time a venti ore settimanali: il costo e il tempo del viaggio renderebbero il lavoro economicamente svantaggioso, configurando, di fatto, dei «licenziamenti mascherati». I sindacati chiedono che Enel si faccia garante del servizio pubblico, imponendo che le attività restino entro un raggio di quindici chilometri dal sito produttivo di appartenenza.
L’intelligenza artificiale
A rendere la vertenza ancora più emblematica è il ruolo dell’intelligenza artificiale. I sindacati denunciano come il bando premi le aziende che puntano sull’automazione del servizio clienti per ridurre il personale umano. Andrea Umino (Slc Cgil Puglia) ha definito «eticamente immorale» che un’azienda a partecipazione pubblica come Enel incentivi la sostituzione delle persone con algoritmi. La preoccupazione è che l’AI, se non governata, possa trasformarsi in uno «tsunami» capace di travolgere non solo i call center, ma l’intero mercato del lavoro.
Rischio delocalizzazione
Il futuro appare particolarmente buio per la sede di Taranto, dove la nuova gara d’appalto è prevista per la primavera del 2026. In assenza di tutele ferree, il timore è che si ripetano casi già visti a livello nazionale, con esuberi dichiarati e la successiva delocalizzazione dei lavoratori verso altre province. Per i 700 addetti tarantini e i colleghi di Lecce e Bari, la richiesta è univoca: un passo indietro di Enel sul bando e la garanzia di un futuro che rimetta al centro la dignità del lavoratore e il legame con il territorio.










