Non c’è accordo tra il board di Natuzzi e le rappresentanze sindacali di settore sul piano industriale 2026–2028. Al termine dell’incontro, di ieri l’altro, in Confindustria a Bari, Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil hanno parlato di «rottura tra le parti» e annunciato la mobilitazione, con un presidio a Roma il 2 marzo, in occasione del tavolo convocato al ministero delle Imprese e del Made in Italy. Le organizzazioni sindacali giudicano il piano «totalmente inaccettabile» e denunciano l’assenza di una strategia di rilancio, contestando tagli, esternalizzazioni e il mancato rientro delle produzioni dalla Romania. Così come viene vanificato il lavoro di sintesi fin qui svolto al tavolo con le regioni Puglia e Basilicata.
I riferimenti
Nel dettaglio, viene confermata la chiusura di uno stabilimento, quello di Jesce2, (inizialmente erano due quelli indicati nel piano), mentre restano 479 esuberi, che potrebbero essere ricollocati nello stabilimento di Jesce1, e il ricorso agli incentivi all’esodo. I sindacati parlano inoltre di una sospensione media della Cigs del 45% , con pesanti ricadute sui salari. Il nuovo piano, presentato al Mimit nelle scorse settimane, prevede la creazione di due nuove società (una industriale e una immobiliare), la riduzione degli impianti da cinque a tre, la cessione di siti produttivi e la razionalizzazione della rete vendita. Un riassetto che si inserisce in una crisi strutturale che il gruppo del divano imbottito affronta da oltre un decennio. Già nel novembre 2025 era stata prorogata la Cigs fino al 31 dicembre 2025 per circa 1.800 lavoratori, evitando 600 licenziamenti e con l’impegno del ministero a convocare un aggiornamento del piano industriale.
Gli annunci
Nel dicembre 2025 l’azienda aveva inoltre formalizzato una newco per la riconversione del sito di Ginosa, con un investimento stimato in tre milioni di euro e circa 100 addetti a regime. Il confronto attuale riapre una vertenza che ciclicamente ha segnato il distretto del mobile tra Puglia e Basilicata. Nel 2013 un accordo al Mise prevedeva il rientro di produzioni dalla Romania e investimenti per oltre 200 milioni, mentre nel 2018 un’intesa da 35 milioni puntava a esuberi zero e reinternalizzazioni.
Più recente, nel 2019, l’accordo di programma con risorse pubbliche per circa 24,6 milioni tra Mise e Regione Puglia. Oggi il nodo resta la sostenibilità industriale e occupazionale di un gruppo che nel 2022 contava oltre 4 mila dipendenti nel mondo e una presenza in 105 mercati. Il 2 marzo, al tavolo romano, si misurerà la possibilità di riaprire il dialogo.









