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Medio Oriente, il generale Chiapperini: «Ombre di guerra sull’Europa e attentati terroristici» – L’INTERVISTA

Sulla attuale situazione legata a eventuali pericoli per il conflitto in Medio Oriente e le ripercussioni sulla Puglia, parla Luigi Chiapperini, generale di Corpo d’armata dei Lagunari in quiescenza, analista militare del Centro Studi dell’Esercito, già comandante dei contingenti multinazionali in Kosovo, Libano e Afghanistan.

C’è il rischio attacco ritorsivo anche per la nostra regione?

La situazione mediorientale è molto critica e non si possono escludere ripercussioni negative anche da noi non solo in campo economico, ma anche in quello della sicurezza. Ciò è dovuto alla risposta iraniana all’attacco israelo-statunitense che punta a creare incertezza e difficoltà in tutto il mondo allo scopo di spingere la comunità internazionale a indurre Usa a terminare gli attacchi. L’Iran vuole rendere la guerra molto onerosa per i partecipanti, prendere tempo e sopravvivere. In questo disegno si inquadrano gli attacchi missilistici e con droni che non si sono limitati a Israele e alle basi americane in Medio Oriente ma che hanno preso di mira le monarchie del Golfo Persico, una base britannica situata in un Paese europeo come Cipro e finanche la Turchia che è un membro Nato. Pertanto non possiamo escludere nuovi attacchi contro altri Paesi europei anche se la portata presunta dei missili e dei droni iraniani ci porta a ritenere possibile ma poco verosimile detta eventualità, almeno al momento. Più probabili invece potrebbero essere eventuali azioni anche sul nostro territorio, quindi tutte le regioni e quindi anche la Puglia, legate al terrorismo. Tanto che il Governo ha opportunamente rafforzato la sicurezza su alcuni obiettivi sensibili.

Quali sono in questo caso le misure che vanno adottate?

Nel caso in cui la probabilità di un attacco dovesse aumentare, il Governo diramerebbe le necessarie raccomandazioni. Ma non siamo in quella situazione.

Quanto pensa possa durare questo stato di incertezza?

Dipenderà essenzialmente da due fattori. Il primo è la disponibilità di sistemi d’arma e munizionamento dei contendenti. Sappiamo che l’Iran a inizio conflitto aveva nei suoi arsenali fino a 2000 missili balistici con 200 lanciatori e alcune migliaia di droni; apprendiamo anche che ogni giorno impiega tra i 50 e i 100 missili e alcune centinaia di droni. Il conto è presto fatto. Il secondo fattore è relativo al tempo necessario per il raggiungimento della situazione finale desiderata dagli Stati Uniti e da Israele. Lo scopo della campagna, almeno questo è ciò che traspare dalle dichiarazioni ufficiali, è la distruzione dei siti del progetto nucleare, l’eliminazione o almeno la degradazione massima dell’organizzazione militare ed eventualmente il cambio o almeno il collasso del regime teocratico iraniano. Ove ciò non dovesse bastare, credo che l’obiettivo successivo sarebbe la degradazione anche delle strutture produttive di Teheran. Infine, l’attuale azione dovrebbe fornire ulteriore slancio al popolo iraniano sulla via della libertà. Tutto questo necessita di tempo e risulta arduo calcolarlo tenendo conto delle innumerevoli incognite che pesano su qualunque conflitto armato.

Cosa prevede per il futuro?

Nessuno ha la sfera di cristallo per prevederlo. I russi pensavano di sottomettere l’Ucraina in tre giorni e dopo più di 4 anni stanno ancora arrancando nel Donbass. La mia speranza è che gli iraniani trovino finalmente la libertà e siano guidati da leader scelti da loro stessi e non come accade oggi da un Consiglio degli esperti, che Teheran abbandoni definitivamente quel progetto nucleare che rappresenterebbe una minaccia esistenziale anche per noi e che si arrivi a una vera pace come quella faticosamente raggiunta dai Paesi sunniti con Israele. L’antica Persia merita un futuro migliore di quello che gli ha riservato sinora il regime sanguinario degli ayatollah.

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