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Liste d’attesa, parla Decaro: «Serve una regia unica nazionale, non venti sistemi diversi» – L’INTERVISTA

«Sulle liste d’attesa serve una regia unica nazionale, non venti sistemi diversi». Antonio Decaro non gira intorno al problema e, a margine della Conferenza Stato-Regioni, mette in fila le criticità della sanità pubblica italiana partendo da una richiesta politica netta rivolta al governo centrale: un sistema unico di gestione e certificazione dei dati sui tempi di attesa, valido per tutte le Regioni e per tutti i codici di prestazione.

Presidente, perché questa richiesta è diventata prioritaria?

«Perché oggi non abbiamo dati omogenei e confrontabili. Ogni Regione alimenta le piattaforme in modo diverso e questo rende difficile controllare davvero i tempi delle prestazioni. Serve un sistema nazionale unico che certifichi i dati e che consenta di intervenire sulle distorsioni, a partire dalle prescrizioni inappropriate».

Il tema delle risorse resta centrale. Il Fondo sanitario aumenta, ma non basta?

«C’è un aumento di circa 120 milioni, ma non è sufficiente. Solo per coprire l’aumento dei costi reali servirebbero almeno altri 250 milioni tra assunzioni di personale, inflazione, rincari energetici e costi di funzionamento. In questo quadro è impossibile pensare di offrire nuovi servizi o ampliare l’offerta sanitaria».

La carenza di personale è l’emergenza più grave?

«Assolutamente sì, soprattutto nei Pronto soccorso e nella rete dell’emergenza-urgenza. È una criticità che accomuna tutte le aziende sanitarie del Paese ed è legata alla mancanza di nuovi specializzati in un settore che oggi è poco attrattivo per i giovani medici. È una piaga che va affrontata con politiche nazionali, non lasciando sole le Regioni».

Sulle liste d’attesa pesa anche l’uso improprio delle prestazioni?

«È un tema enorme. In molte Regioni i cittadini fanno visite o indagini diagnostiche che non sono necessarie. Per questo servono linee guida nazionali, valide per tutti gli specialisti, che aiutino a ridurre le prescrizioni inappropriate. Solo così possiamo liberare risorse e ridurre i tempi per chi ha davvero bisogno».

Altro nodo è l’attività libero-professionale dei medici.

«Va tenuta sotto controllo. La norma consente di vigilare affinché l’attività libero-professionale dei medici degli ospedali pubblici non superi l’offerta istituzionale. È una questione di equità e di tutela del servizio pubblico».

La vera sfida, però, sembra essere la sanità territoriale.

«Sì, le case e gli ospedali di comunità sono la seconda gamba del sistema sanitario. Oggi troppi cittadini si rivolgono agli ospedali per acuti anche quando non c’è un’emergenza vera. Con i fondi del Pnrr stiamo monitorando la realizzazione delle strutture: quando saranno operative dovranno offrire servizi reali sul territorio, quelli che i cittadini chiedono davvero».

Come giudica il nuovo disegno di legge sugli ospedali di terzo livello?

«È un impianto troppo ospedalocentrico. Non so quanto un cittadino senta il bisogno di ulteriori livelli di ospedale. Si parla poco di integrazione con la sanità territoriale e con i decreti già esistenti. Ai cittadini servono poliambulatori, case di comunità, visite specialistiche, Tac e risonanze. L’ospedale deve restare il luogo dell’estrema necessità, non la risposta a tutto».

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