Da domani al 20 giugno il giornalista e critico letterario Piero Dorfles sarà in Puglia per presentare Le parole del mare. Letteratura e navigazione (Sellerio), un viaggio tra autori, miti e racconti che hanno trasformato il mare in una delle più potenti metafore della condizione umana. Da Ulisse a Conrad, da Melville a Pinocchio, il volume attraversa secoli di letteratura per mostrare come la navigazione continui a raccontare paure, desideri, sfide e limiti dell’uomo. In vista degli appuntamenti di Lecce, Alessano e Andria, abbiamo intervistato l’autore.
Nel libro il mare diventa molto più di uno scenario. Perché la navigazione continua a essere una metafora così potente della vita umana?
«Perché nella navigazione troviamo una serie di elementi che hanno una straordinaria capacità allegorica. Tutto quello che accade su una nave accade anche sulla terraferma, ma in mare ogni cosa diventa più intensa, più significativa, quasi esasperata. Un naufragio, un ammutinamento, un conflitto tra comandante ed equipaggio sono situazioni che conosciamo anche nella vita quotidiana: anche sulla terraferma ci sono fallimenti, crisi, difficoltà nella gestione del potere, momenti in cui i rapporti sociali entrano in tensione. Ma a bordo tutto assume un’evidenza maggiore, perché lo spazio è chiuso, limitato, e non ci si può sottrarre facilmente alle conseguenze di ciò che accade. Per questo la navigazione è una sorta di cartina di tornasole: ci permette di osservare meglio come siamo fatti, quali sono i nostri limiti e che cosa si nasconde dietro molte manifestazioni dell’agire umano».
Tra i tanti personaggi che attraversano queste pagine, quale sente più vicino alla sensibilità contemporanea?
«Direi il protagonista de La linea d’ombra di Conrad. È un giovane comandante alla sua prima esperienza di responsabilità piena e si trova ad affrontare una bonaccia interminabile. Non una tempesta, contro la quale almeno qualcosa si può fare, ma l’assenza totale di vento. In quella situazione il comandante perde la possibilità stessa di governare la nave: non può imprimere una direzione, non può decidere davvero, viene in qualche modo espropriato del suo ruolo. A questo si aggiunge il peso della responsabilità morale verso l’equipaggio, anche perché scopre che il chinino, necessario per curare i marinai malati, non è realmente disponibile. È una condizione molto forte, perché la bonaccia diventa una metafora della stasi, dell’assenza di spinta. Quante volte, nella vita, ci troviamo senza vento, incapaci di fare progetti o di raggiungere una soluzione? Quella immobilità racconta una forma di impotenza che non nasce dalla violenza della natura, ma dalla sua apparente inerzia».
Nel libro tornano spesso i mostri marini. Che cosa rappresentano oggi, in un’epoca che pensa di aver spiegato quasi tutto?
«Credo che la metafora del mostro sia ancora molto viva. Da una parte rappresenta ciò che la natura produce e che noi non siamo in grado di dominare: qualcosa che sfugge alla nostra tecnologia, alla nostra capacità di controllo, alla nostra illusione di poter spiegare tutto. Dall’altra c’è un elemento forse ancora più importante: il mostro vive sott’acqua, in un mondo che conosciamo dall’esterno ma non dall’interno. Anche oggi, con tutti i nostri strumenti, sappiamo pochissimo di ciò che si trova davvero nelle profondità marine. Questo rende il mostro una straordinaria allegoria della nostra interiorità. Come sotto il mare non sappiamo che cosa ci sia, così sotto la coscienza, nell’inconscio, continuiamo a non sapere fino in fondo che cosa si muova. I mostri esistono ancora, ma non sono soltanto fuori di noi: sono anche dentro di noi, nella parte sconosciuta che ci abita».
Lei osserva che l’Italia, pur essendo una penisola protesa nel Mediterraneo, ha prodotto relativamente poca grande letteratura marinara. Come spiega questa apparente contraddizione?
«Le ragioni sono soprattutto storiche. Per secoli il mare, per molte comunità italiane, è stato percepito più come una minaccia che come una promessa. Dalle coste arrivavano pirati, incursioni, pericoli: non a caso molti paesi sono nati nell’entroterra e solo molto più tardi hanno sviluppato una loro proiezione costiera. Penso, per esempio, a tante località dell’Adriatico: Recanati e Porto Recanati, San Giorgio e Porto San Giorgio, Sant’Elpidio e Porto Sant’Elpidio. C’è poi un altro aspetto: l’Italia è diventata una nazione molto tardi ed è stata a lungo una penisola divisa in piccoli Stati. Non ha costruito una grande identità marittima nazionale come l’Inghilterra, che sul mare ha fondato il proprio dominio e anche il proprio immaginario. Noi abbiamo avuto le repubbliche marinare, certo, ma erano soprattutto strutture commerciali. Non abbiamo avuto una grande marina capace di rappresentare un’intera nazione nel mondo. In fondo, più che comandare le onde, spesso sono state le onde a comandare noi».
Arriviamo in porto. Qual è la lezione che vorrebbe lasciare al lettore al termine di questo viaggio tra letteratura e navigazione?
«Non mi interessa impartire lezioni. Mi piacerebbe piuttosto suscitare curiosità verso ciò che la letteratura racconta della navigazione come strumento di indagine sull’uomo. La navigazione non serve soltanto ad arrivare in un porto: serve anche a conoscersi meglio, a guardare dentro di sé, a misurare i propri limiti davanti a qualcosa di immensamente più grande. Il mare resta un elemento instabile, misterioso, profondo, incontrollabile. Anche oggi disponiamo di strumenti straordinari per orientarci, prevedere, controllare, ma davanti al mare dovremmo conservare un atteggiamento di umiltà. È un’idea che riguarda la navigazione, ma anche il nostro rapporto con la natura, con l’equilibrio del pianeta e con la sostenibilità ecologica. Il mare ci ricorda che non possiamo dominare tutto».
