E dunque, il dado è tratto: comincia l’era Decaro in Regione. Con la nomina della nuova giunta, il quadro è completo ed ora – con il prossimo passo – quello delle nomine dei direttori generali delle Asl si completerà ulteriormente. Probabilmente, non definitivamente. Ma le fondamenta sono gettate. E, allora, qualche elemento per cominciare a valutare l’«era Decaro» c’è. A cominciare dalle scelte fatte che mandano segnali.
Intanto, si parte da un dato: la cancellazione con un tratto di penna dell’era precedente. Fatti salvi alcuni pesi massimi di lungo corso piazzati strategicamente – a seconda del grado di fiducia ( e con bilanciamenti dove aveva dubbi come a Foggia) – nei posti-chiave della macchina regionale già amministrata, con l’atout di aver spezzato le catene con il precedente governatore sul finire della legislatura, la giunta Decaro si presenta in chiave un po’ fotocopia, nella struttura, di quelle comunali che aveva guidato da sindaco – La presenza costante dell’ex rettore Di Sciascio, vicinissimo da sempre al nuovo governatore e garanzia di innovazione, che bene aveva fatto a Bari, e la pesca di relativamente giovani volti non cosi incrostati da appartenenze passate.
Chi scrive, si riserva il consueto passaggio dalle vie di Bari Vecchia per raccogliere commenti sempre azzeccati. Una sceneggiatura, dunque, in Regione – come fu a Bari – che prevede un solo deus ex machina al comando, soprattutto per l’indirizzo.
Secondo punto: i segnali diretti ai leader nazionali calibrati in maniera diversa. Segnali di apertura a Conte e Vendola con cui il presidente tratta direttamente – non perdendosi in estenuanti trattative locali con seconde file che pure avevano avanzato richieste – e alla segretaria nazionale del suo partito, Elly Schlein, che invece aveva mandato sherpa a trattare per suo conto, sul posto in giunta per Emiliano, e alla quale con la sua scelta ha chiarito che in casa sua «governa» solo lui e le trattative se le cuce da solo, facendo finire sulla graticola chi pensa di mettercelo.
Come inizio, niente male: determinazione, autonomia, relazioni forti nazionali, sguardo pugliacentrico (anzi, un po’ sbilanciato verso il Salento, in chiave di ristoro dal passato) e soprattutto una scritta con un segnale luminoso al neon: l’era Emiliano è finita. Un messaggio che i pugliesi, ma soprattutto i baresi, sono abilissimi nel cogliere al cambio di passo.
Per dirla con le parole del suo stesso predecessore: «Antonio ha imparato bene a far politica» e i segnali li ha inviati forti e chiari. A partire dal declassamento a consigliere «a chiamata» del suo predecessore, con alcune garanzie contrattate direttamente solo per qualche posto di salvezza del sottobosco rimasto fedele e concesso dal neo presidente. Come finirà la partita fra i due è tutto da vedere, di certo il primo punto è a favore netto di chi entra.
Ora si passa al secondo spoil system, quello dei direttori generali delle Asl ed è prevedibile che, chi resterà, ha gia capito il messaggio, come chi entra. Una postura fin troppo decisa quella di Decaro – aveva rilevato il presidente dell’Ordine dei medici, Filippo Anelli, in una nota – invitandolo a riflettere sul tema delle liste d’attesa di una sanità che resta deficitaria di medici e la buona volontà non può bastare da sola.
Per Decaro, al di là della propaganda, il vero banco di prova sarà l’auspicabile ricontrattazione nazionale – se si riesce -nella Conferenza Stato/Regioni della revisione dei criteri di assegnazione del Fondo nazionale sanitario ancorato a criteri favorevoli per il Nord (anzianità dei cittadini), la vertenza ex Ilva e, in genere, quelle occupazionali. Il piglio è quello del bravo amministratore, la formazione la stessa: assessore, sindaco, presidente Anci. La schiatta è comune a Bonaccini, l’ex governatore emiliano: poca filosofia e fatti.
La postura social ben architettata da Proforma con continui reel e comunicazione diretta con i follower-cittadini, saltando i media che non possono perdere di vista la rete, alla maniera di «Giorgia». In un mondo in caduta libera di valori e di diritti a tutte le latitudini, ciò che resta sul tavolo sembra essere la concretezza, qualità che all’ingegner Decaro non fa certo difetto. Il presente e il futuro sembrano essere patrimonio dei bravi amministratori. Nessun volo pindarico affabulatore di Vendola, nessun sogno visionario, ma il saper «aggiustare» le cose.
Si disse all’epoca del suo mandato da sindaco che fosse il miglior «assessore ai Lavori pubblici» che la città avesse mai avuto. Dunque, la strada del fare, piuttosto che quella del «dire». Male? No, bene. Legge i dossier, li studia con i tecnici e prova a trovare soluzioni. Male? No, bene. Il tutto inserito in una cornice che ha il sapore di una crociata che si è cucito sulle spalle: modernizzare i pugliesi (quelli che non fanno nemmeno la raccolta differenziata) e «aiutare i fragili» e per questo, con il cinismo che la destra gli rimprovera, non guarda in faccia a nessuno.
L’unto dal Salento, al grido di «mena Antò, mena», ha cominciato a menare. Vendola si era calato dolcemente sulle spalle la Puglia e l’aveva fatta girare con lui per il mondo, sdoganandola, in una disegno di internazionalizzazione delle imprese e del turismo di cui ancora vive. Decaro ha detto di volersi caricare sulle spalle i pugliesi. Ma per portarli dove?
Ecco, il punto sta tutto qui. Basterà riparare strade e sistemare liste d’attesa, pure essenziali? Mi sia concessa una nota personale: quando chi scrive militava sotto altre insegne per un altro giornale, nei forum ai quali venivano invitati i sindaci in redazione, chiesi all’allora primo cittadino che ne volesse fare di Bari e quale fosse il suo disegno (espansione verso il mare, sviluppo verso l’interno, ecc): la risposta fu quella del bravo amministratore, «voglio sistemare le cose lasciate incompiute da anni». Ottimo per un sindaco, ma per un presidente di Regione sarà sufficiente alla tenuta e al rilancio della Puglia?
I soldi del Pnrr stanno finendo e bisognerà darsi una strategia. La sua qual è? Lo vedremo, al di là del determinismo mostrato, perché quello che è veramente assente in queste ore difficili e tragiche per l’intero mondo, è la politica. Ed essere un buon padre di famiglia – come un buon amministratore deve essere – può non bastare. Nell’attesa di capirlo, non possiamo che augurarle e augurarci buon cammino presidente. Il suo futuro ha molto a che fare con il nostro.