Non è solo una questione di diritti, è una questione di numeri che non tornano. Mentre il mondo calcola che serviranno 123 anni per colmare il divario di genere globale, l’Italia si scopre ferma all’85esimo posto del ranking mondiale (dati Global Gender Gap 2025). In questo scenario, la Puglia emerge come un microcosmo di contraddizioni: un territorio dove il talento femminile brilla nell’impresa ma viene soffocato nelle istituzioni e nel mercato del lavoro tradizionale.
Il paradosso
Secondo i dati dell’Osservatorio Rita Levi-Montalcini Svimez -W20, la Puglia detiene un primato negativo speculare a quello della Calabria e della Valle d’Aosta: è tra le regioni con la più bassa rappresentanza femminile nei consigli regionali, ferma a un misero 12%. Questo «soffitto di cristallo» politico si riflette in una partecipazione civile più debole: nel Mezzogiorno, il 37,3% delle donne dichiara di non informarsi mai di politica, contro il 25% del Nord. Eppure, la reazione c’è ed è economica.
La Puglia, insieme a Campania e Sicilia, traina la crescita delle imprese femminili nel Sud (che rappresentano il 36,6% del totale nazionale). Queste realtà non sono solo numericamente rilevanti (22,2% dell’universo aziendale italiano), ma sono dinamiche: nei settori Ict e professioni tecniche, le imprese in rosa sono cresciute del 27% nell’ultimo decennio, superando la performance delle aziende maschili.
Il Sud e l’inattività
Uscendo dai confini regionali, il Mezzogiorno d’Italia presenta una distorsione statistica drammatica. In Puglia, come in Basilicata, Sicilia, Calabria e Campania, il numero di donne inattive supera quello delle occupate, anche escludendo chi studia. Il lavoro, quando c’è, è spesso precario: il 63,6% delle lavoratrici meridionali è confinato in un part-time involontario (contro il 20,9% della media UE). È un’economia a metà, dove una donna su due lavorerebbe a tempo pieno se solo ne avesse l’opportunità.
Le disuguaglianze
A livello nazionale, il confronto con i partner del G20 è impietoso. Sebbene le italiane siano più istruite dei colleghi maschi (il 38,5% delle giovani è laureata contro il 25,5% degli uomini), il mercato del lavoro le penalizza sistematicamente. I differenziali retributivi sono una costante: se al Nord un uomo percepisce mediamente 120 euro al giorno contro gli 88 di una donna, al Sud il rapporto scende a 90 contro 65 euro. Il risultato finale è un effetto domino che arriva fino alla senescenza: carriere discontinue e salari bassi portano a pensioni femminili inferiori del 44% rispetto a quelle maschili. L’indagine Svimez-W20 parla chiaro: senza politiche strutturali che trasformino l’istruzione in occupazione di qualità, l’Italia rimarrà intrappolata in una crescita anemica, sprecando la sua risorsa più qualificata.










