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Impianti fonti rinnovabili: la Regione Puglia detta le sue regole per salvare capra e cavoli

Parte ufficialmente oggi con l’avvio dell’iter nelle commissioni il percorso di approvazione del disegno di legge sulle aree idonee agli impianti da fonti rinnovabili, approvato dalla giunta regionale. La norma, firmata dagli assessori Leuzzi e Di Sciascio, va approvata entro il 22 marzo per evitare il commissariamento statale, ma il percorso appare tutt’altro che lineare. Il testo segna un cambio di passo deciso rispetto alle linee guida nazionali e alla legge regionale Dellinoci affossata in aula fra polemiche e veti politici incrociati. Le Regioni, secondo il decreto legislativo 190/2024, non possono ridurre le superfici già individuate dallo Stato come idonee – aree industriali, portuali, cave dismesse, discariche, zone vicino alla rete autostradale – ma possono aggiungerne altre. La Puglia, però, ha scelto una linea prudente: poche aggiunte, tutte altamente selezionate e restrizioni in zone industriali di Comuni che non si sono adeguati al Piano paesistico.

Cuore tecnico e politico della riforma è l’articolo 5 col quale si stabilisce che nelle aree agricole prevale l’interesse pubblico per la tutela degli ulivi secolari, delle produzioni agroalimentari certificate (DOP, IGP, DOC, DOCG, STG, De.Co., PAT) e delle coltivazioni biologiche. In queste aree sarà vietata la procedura semplificata onde tutelare paesaggio e agricoltura, ma entrando in conflitto con le norme nazionali. Ovvero restringendo le superfici effettivamente disponibili per nuovi impianti e alimentando potenziali contenziosi giuridici. Il nuovo testo introduce anche strumenti operativi: consultazioni pubbliche preventive tra proponenti, Comuni e cittadini e una stretta sugli «sviluppatori» che acquisiscono autorizzazioni per rivenderle, con cronoprogramma obbligatorio e fideiussioni entro 60 giorni, pena la decadenza dell’autorizzazione.

Il tempo massimo per completare gli impianti scende da 30 a 18 mesi, con l’obiettivo di ridurre il divario tra autorizzato e installato: tra il 2021 e il 2025 su 4.471 megawatt autorizzati, ne sono stati realizzati solo 1.700. Il nodo centrale, tuttavia, resta politico: la norma ridefinisce l’equilibrio tra tutela del territorio, agricoltura e sviluppo delle rinnovabili. Secondo alcuni tecnici, la prevalenza della matrice paesaggistica del Piano Paesaggistico Territoriale Regionale anche in aree industriali utilizzate a fini agricoli potrebbe limitare indirettamente le aree idonee statali, aprendo la strada a possibili conflitti costituzionali.

In parallelo, il dibattito politico si intreccia con la pressione dei gruppi ambientalisti, delle associazioni agricole e dei Comuni interessati: tutti pronti a vigilare affinché la nuova legge non sacrifiichi ulivi, colture di qualità e territori rurali sull’altare della transizione energetica. La Puglia, chiamata a centrare oltre 7.300 megawatt di nuove rinnovabili entro il 2030, rischia così di trasformare una sfida energetica in un terreno di scontro politico e giuridico tra tutela del territorio e esigenze della transizione ecologica. Il Consiglio regionale dovrà trovare un equilibrio tra tempi stretti, vincoli statali e pressioni locali.

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