Si apre oggi a Roma la partita decisiva per i conti della sanità pugliese. La Regione è chiamata a depositare i bilanci in rosso delle dieci aziende sanitarie davanti ai ministeri dell’Economia e della Salute, con un disavanzo certificato da 369 milioni di euro.
Un buco che, allo stato attuale, non trova copertura piena e che spalanca la strada al commissariamento soft: una procedura che prevede la nomina del governatore Antonio Decaro come commissario ad acta, con il compito di chiudere i conti entro fine maggio attraverso un piano di risanamento straordinario. Il quadro è chiaro e allo stesso tempo allarmante: la coperta è troppo corta.
La Regione conta di recuperare tra i 120 e i 140 milioni attraverso tagli lineari ai Dipartimenti, utilizzo degli avanzi di amministrazione e riduzione di alcune voci di spesa, inclusi i costi della politica. Ma resta un vuoto di circa 229 milioni che non può essere colmato con la sola leva interna. Ed è qui che entra in gioco la misura più delicata e politicamente esplosiva: l’aumento dell’addizionale Irpef.
Oggi le aliquote regionali in Puglia sono tra le più basse d’Italia, comprese tra l’1,23% e il 2,33% su quattro scaglioni. La strategia della Giunta punta a salvaguardare le fasce più deboli, esentando o limitando l’impatto per i redditi fino a 28mila euro, una platea di circa 1 milione e 300 mila contribuenti. Il peso della manovra si concentrerebbe quindi sui redditi medio-alti, circa 600 mila pugliesi. Ma i numeri non tornano. Un aumento dello 0,5% dell’Irpef produrrebbe un gettito stimato intorno ai 60 milioni di euro: poco più di un terzo di quanto necessario.
Per colmare davvero il gap servirebbe una manovra molto più incisiva, con ritocchi tra l’1,5% e il 2%. Tradotto: un aggravio medio di circa 200 euro l’anno per un reddito da 40 mila euro, fino a 700-800 euro per i redditi più alti. Una vera e propria stangata fiscale. L’alternativa è ancora più delicata sul piano sociale: allargare la platea dei contribuenti coinvolti, includendo anche le fasce più basse. In questo scenario il sacrificio sarebbe più diffuso ma meno pesante per ciascun contribuente: circa 75 euro sotto i 15 mila euro, tra 120 e 130 euro nella fascia 15-28 mila, fino a 220 euro tra 28 e 50 mila e oltre 300 euro sopra i 50 mila. Una scelta che spalma il peso ma rompe il principio di tutela dei redditi più fragili.
Sul piano tecnico, la partita si intreccia con i vincoli normativi: gli aumenti dell’addizionale Irpef, in condizioni ordinarie, producono effetti dall’anno fiscale successivo. Ma il ricorso ai poteri commissariali potrebbe consentire un’applicazione anticipata, rendendo immediatamente esigibili le nuove aliquote. Un passaggio decisivo per evitare lo slittamento della copertura e il rischio di un commissariamento pieno da parte dello Stato.
In gioco non c’è solo una manovra di bilancio, ma un equilibrio politico delicatissimo. Da un lato la necessità di evitare il default sanitario, dall’altro il rischio di scaricare sui cittadini il costo di anni di squilibri strutturali. La decisione finale arriverà nelle prossime settimane, ma una cosa è già certa: il conto, in un modo o nell’altro, sarà pagato.