Massimiliano Gallo arriva in Puglia con «Malinconico – Moderatamente felice» e fa quello che gli riesce meglio: abitare il palco. Sta lì, ascolta il pubblico, prende l’energia. È un attore che gioca la partita per intero, novanta minuti, senza cambi. Poi però succede un’altra cosa. Perché mentre porta in scena un personaggio che sembra vivere di lato, senza mai entrare davvero nella gara della vita, Gallo al cinema ha deciso di fare l’opposto: mettersi al centro e prendersi la responsabilità dello sguardo. La Salita è il suo debutto alla regia, ed è un film che parla di ragazzi, carcere, teatro. Ma soprattutto di una possibilità: che la bellezza, ogni tanto, arrivi anche dove non è prevista. Due traiettorie che si incrociano, l’attore che si lascia accadere e il regista che sceglie. In mezzo, il bisogno – quasi fisico – di raccontare.
In «Malinconico – Moderatamente felice» lei sembra uno di quegli attori che si nutrono del respiro del pubblico. C’è ancora qualcosa che il teatro le dà, che il cinema non riesce a darle?
«Assolutamente. Il cinema lo vedi quando è finito, e la sensazione in sala è stupenda, ma il teatro è un’altra cosa. C’è l’incontro con la gente. Quello che succede quella sera non accadrà mai più. C’è un’energia che il pubblico ti restituisce, un’adrenalina di cui io ho proprio bisogno fisico. Posso frequentare i set tutto l’anno, ma ho bisogno di stare almeno quattro mesi in scena. Sul set è tutto più frammentato, quasi asettico. Io dico sempre che è come giocare un quarto d’ora di partita, mai novanta minuti. È un lavoro affascinante, più introspettivo, ma diverso. Il teatro ha proprio una funzione altra: il bisogno di raccontare qualcosa e condividerlo in quel preciso momento».
Malinconico è un uomo che sorride, ma è fragile, pieno di crepe.
«È uno che si lascia vivere, che non partecipa alla gara della vita. Non gli interessa proprio competere. Si muove per inerzia, questo sì, ma in questo suo “caracollare” poi si muove bene. Sul lavoro è bravo, con le donne ha fascino. Riesce a fare un’ottima vita senza impegnarsi davvero per ottenerla».
C’è in lui qualcosa di Diego De Silva, l’autore che l’ha creato?
«Sì, Diego è un po’ così. Lo prendo sempre in giro: gli dico sempre “che bella vita la tua, fai solo le presentazioni dalla mattina alla sera” (ride, ndr). Per me lui è stato fondamentale. All’inizio Malinconico era difficile da inquadrare, poi quando ho iniziato a indossarlo davvero, a muoverlo a modo mio, lui mi ha detto: “Ormai sei Malinconico, fai quello che vuoi”. C’era fiducia totale. Infatti poi abbiamo scritto lo spettacolo teatrale insieme».
Che cosa l’ha colpita all’inizio di questo personaggio?
«Il fatto che fosse completamente diverso da quello che si vede di solito in televisione, soprattutto sulle reti generaliste. Quando ho letto la sceneggiatura ho pensato: “Questo non lo faranno mai su Rai 1”. Era troppo scorretto, troppo lontano dall’eroe classico. E invece la Rai ha avuto coraggio. E oggi Malinconico ha un pubblico trasversale: ragazzi, famiglie, ma anche un 21% di laureati che normalmente non guardano Rai 1».
Che vuol dire per un attore partire da un personaggio che nasce nei libri?
«È importantissimo perché sai che sotto c’è una struttura solida. Però è anche molto pericoloso: le trasposizioni spesso deludono chi ha letto. Io sono stato fortunato perché su Malinconico c’è stato consenso anche tra i lettori, ma non è scontato. La garanzia del libro è la “gabbia” di scrittura, poi però devi essere all’altezza».
Passiamo a «La Salita». Qui cambia posizione: è il suo debutto alla regia.
«È stato un passaggio. Non cercato, perché quando cerchi queste cose spesso non vengono bene. Credo che un artista abbia bisogno di comunicare, e questo bisogno cambia forma: a volte reciti, a volte scrivi, a volte disegni. A un certo punto puoi sentire l’esigenza di raccontare una storia con il tuo sguardo. Io pensavo a una commedia, poi mi hanno proposto questo soggetto – che inizialmente era ambientato ai giorni nostri – e non mi interessava. Non volevo fare qualcosa alla Mare Fuori. Poi è arrivata una nuova versione, ambientata negli anni ’80, che richiamava Eduardo De Filippo: lì è scattato qualcosa. Dalla terza stesura sono entrato anche in sceneggiatura».
Eduardo De Filippo, per un attore napoletano, è insieme un padre e un’ombra. Lei che rapporto ha con lui?
«Ci ho fatto pace da sempre. Non ho mai vissuto Eduardo come un peso. Ho portato in scena testi molto importanti, ma non ho mai sentito quella schiacciante responsabilità. Certo, è il drammaturgo italiano più rappresentato al mondo ed è stato anche uno dei più grandi attori del Novecento. Però credo che basti rispettarlo per fare un buon lavoro. Dire che senza Eduardo non si può fare è un cattivo servizio a Eduardo stesso».
Nel film il teatro diventa possibilità, quasi salvezza. Nella sua vita l’arte ha avuto questo ruolo?
«Non nel senso stretto del termine, ho avuto una vita abbastanza regolare. Però mi ha salvato da sempre, perché ho sempre saputo cosa volevo fare. Non ho mai avuto altri interessi: tutte le mie energie sono andate lì».
Ha scelto di raccontare i ragazzi detenuti senza giudicarli e senza spiegare le loro colpe.
«Non mi interessava fare un film sul carcere. Non volevo raccontare le dinamiche, gli orari, le regole. Mi interessavano questi ragazzi, che hanno gli stessi sogni degli altri. Hanno sbagliato, devono pagare, ma la pena deve essere riabilitazione, non solo punizione. Volevo raccontare la bellezza, con una poetica diversa. Oggi, in un tempo così violento e arrogante, raccontare che la bellezza può essere salvifica è quasi rivoluzionario».
C’è qualcosa che sente di non aver ancora dato a questo mestiere?
«Mi piacerebbe avere un grande regista di riferimento, fare un film “dedicato”. Ho lavorato con grandi nomi, ma mi piacerebbe costruire un progetto forte con uno di loro. E poi essere sempre più libero. Per me l’artista è un uomo libero: libero di scegliere, anche di fermarsi un anno per preparare qualcosa. Come fanno in America, che inseguono un progetto per anni».
È riuscito davvero a restare libero, lontano dai compromessi?
«Sì, anche perché ci sono arrivato tardi al grande successo. Non ho mai frequentato certi ambienti, mi sono costruito passo dopo passo. E poi avevo il teatro, che era la mia isola felice. Non avevo l’ansia di arrivare subito. Ho visto gente passarmi davanti, ma non mi ha mai toccato davvero. Anzi, mi ha fortificato».
C’è qualcosa che questo percorso le ha fatto scoprire di sé?
«Che devi cercare di essere una persona migliore. Quando hai visibilità hai anche responsabilità. Diventi una persona pubblica, tutto si amplifica. Anche una risposta sbagliata può diventare un caso. Cerco di dare messaggi, di prendere posizione quando serve. Credo che l’artista debba farlo. Poi certo, oggi con i social è tutto più complicato. Come diceva Umberto Eco, è stato amplificato il mondo dei cretini: prima parlavano al bar, ora scrivono online. E questo cambia tutto».