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Direttori generali Asl, l’Avvocatura dice “no” a Decaro: «Non puoi riaprire gli Albi»

Si complica il percorso per il cambio ai vertici della sanità pugliese. La svolta annunciata dal presidente della Regione, Antonio Decaro, sulla governance del sistema sanitario regionale inciampa sul primo, pesante, ostacolo tecnico-giuridico. A frenare è l’Avvocatura regionale, che ha bocciato la delibera con cui la presidenza puntava a riaprire gli albi degli idonei per…
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Si complica il percorso per il cambio ai vertici della sanità pugliese. La svolta annunciata dal presidente della Regione, Antonio Decaro, sulla governance del sistema sanitario regionale inciampa sul primo, pesante, ostacolo tecnico-giuridico. A frenare è l’Avvocatura regionale, che ha bocciato la delibera con cui la presidenza puntava a riaprire gli albi degli idonei per ampliare il ventaglio delle scelte sui nuovi direttori generali di Asl e aziende ospedaliere. Secondo il parere dell’Avvocatura, non è possibile procedere a una nuova riapertura prima di completare le nomine attingendo dall’elenco vigente. La Regione Puglia, viene ricordato, ha già riaperto l’albo la scorsa estate per recepire l’aggiornamento dell’elenco nazionale dei direttori generali.

Un elenco che da allora non ha subito modifiche e dal quale le Regioni sono obbligate ad attingere per garantire criteri uniformi e conformità alle norme statali. Tradotto: nessuna scorciatoia è consentita, pena il rischio di contenziosi e impugnazioni. La conseguenza è immediata e politicamente rilevante. In assenza di soluzioni tecniche alternative, Decaro è costretto a dare seguito alla delibera firmata in extremis dal suo predecessore Michele Emiliano, che prima del voto ha prorogato i commissariamenti di cinque aziende sanitarie strategiche: Asl Bat e Taranto, Policlinico di Bari, Ircss De Bellis e Istituto Oncologico Giovanni Paolo II. Proroghe a tempo determinato, con una scadenza stringente: le nuove nomine dovranno arrivare entro un mese dall’insediamento del governatore, quindi non oltre il 7 febbraio.

Un cronoprogramma che rischia di comprimere le ambizioni di discontinuità della nuova amministrazione. Ieri il capo di Gabinetto, Davide Pellegrino, ha convocato un vertice tecnico per provare ad aggirare l’impasse e procedere comunque alla riapertura degli albi, considerata fondamentale dalla presidenza per individuare profili di altissimo livello. L’obiettivo dichiarato è imprimere una sterzata netta alla sanità pugliese, alle prese con un potenziale disavanzo da almeno 300 milioni di euro, carenze croniche di personale e una rete di medicina territoriale ancora incompleta, con case e ospedali di comunità in gran parte in costruzione. Sul fronte operativo, intanto, si apre un’altra partita delicata: quella delle liste d’attesa.

Le Asl pugliesi hanno depositato i piani di recupero per circa 100mila prestazioni arretrate tra visite ed esami. La ricetta è una sola: estensione degli orari fino alle 23, aperture nel fine settimana, priorità alle classi U e B, recupero dei ricoveri arretrati, percorsi dedicati per pazienti oncologici e fragili, controlli sull’appropriatezza prescrittiva e monitoraggio dei risultati. I piani dovrebbero essere valutati e approvati entro fine mese, con avvio operativo dal primo febbraio. Ma anche qui le ombre superano le certezze. Le prime stime parlano di almeno 10 milioni di euro necessari per coprire prestazioni aggiuntive e costi vivi. Le risorse dovrebbero arrivare dal 5% di fondi integrativi già previsti nel bilancio sanitario, da sottrarre ai budget di ospedali ecclesiastici, cliniche private e ambulatori specialistici: una partita da decine di milioni che, al momento, esiste solo sulla carta e richiederà uno stanziamento formale.

A complicare il quadro, le proteste dei sindacati. La Cisl Fp denuncia di aver appreso dei piani anti-liste d’attesa solo da social network e comunicazioni informali, senza alcun confronto preventivo. «Metodo inaccettabile», attacca il sindacato, che chiede trasparenza e relazioni sindacali corrette. Perché ridurre le liste d’attesa è un obiettivo condiviso, ma farlo senza regole, tutele e confronto rischia di scaricare ancora una volta il peso dell’efficienza sulle spalle di lavoratrici e lavoratori. In un sistema già sotto pressione, anche il fattore tempo rischia di diventare il nemico numero uno.

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