Nel ventre della cerimonia di apertura dei Giochi invernali Milano-Cortina 2026, tra i quadri coreografici che hanno raccontato l’incontro tra città e montagna, c’era anche un ballerino pugliese. Vincenzo Minervini, originario di Molfetta e da anni impegnato all’estero, ha preso parte al segmento firmato dal coreografo Adriano Bolognino, uno dei momenti più suggestivi della serata inaugurale allo stadio San Siro. Un lavoro collettivo che ha coinvolto centottanta danzatori e intrecciato teatro, poesia e movimento, con Francesco Favino in scena a recitare L’infinito di Leopardi.
Che cosa ha provato danzando davanti a uno stadio gremito per un evento olimpico?
«Normalmente ho sempre danzato in situazioni più intime, anche su palchi importanti ma con una vicinanza diversa al pubblico. Ballare di fronte a ottantamila persone nel prestigioso stadio di San Siro è stato davvero emozionante. Sentire tutta quella gente attorno, gli applausi, il boato e la gioia di assistere a una rappresentazione simile è stata un’esperienza mozzafiato».
Il tema della coreografia era l’armonia tra città e montagna. Come si traduceva in scena?
«Il concetto di Adriano era la coesione tra queste due realtà che viviamo ogni giorno e che, in occasione dei Giochi olimpici, diventano ancora più evidenti. Il gruppo era diviso a metà: da una parte la montagna e la natura, con movimenti più fluidi e imprevedibili; dall’altra la città — il gruppo di cui facevo parte — con una gestualità più diretta, a scatti, quasi dura, per richiamare l’ambiente urbano. Anche costumi e make-up segnavano la differenza. I due mondi sembravano affrontarsi, come onde che si scontrano, per poi trovare una coesione. Il quadro culminava con tutti i centottanta danzatori in scena, disposti in spirali concentriche attorno ai cinque cerchi olimpici, diventati il fulcro della coreografia».
Com’è stato condividere la scena con Francesco Favino?
«Non c’è stata molta interazione diretta. Noi eravamo quasi come statue o fantasmi mentre lui recitava L’infinito passeggiando tra i nostri corpi immobili. Abbiamo utilizzato due parole della poesia come impulso di movimento per raggiungere la posizione iniziale della danza».
Dietro pochi minuti di spettacolo c’è un lungo lavoro preparatorio. Come si sono svolte le prove?
«Sono stati mesi molto intensi. Dei centottanta danzatori, trenta erano professionisti — quasi tutti italiani, con carriere spesso sviluppate all’estero — mentre gli altri erano volontari con meno esperienza. Hanno fatto però un lavoro enorme, grazie anche ad Adriano Bolognino e alle sue cinque assistenti, che sono riusciti a unire tutti in un gruppo compatto e a costruire una forte sinergia artistica».
Che cosa le ha lasciato questa esperienza dal punto di vista professionale?
«Ho scoperto un mondo che non conoscevo. Mi ha colpito la quantità di persone coinvolte e la complessità del lavoro necessario per creare una cerimonia di queste dimensioni. Vedere come idee così grandi prendano forma e diventino uno spettacolo senza sbavature è stato affascinante. E naturalmente non capita tutti i giorni di condividere il palco, anche solo all’interno dello stesso evento, con artisti come Ghali, Francesco Favino o Mariah Carey».
Lei ha lasciato Molfetta molto giovane e vive all’estero da anni. Che valore ha avuto questa partecipazione?
«Sono andato via da Molfetta a diciassette anni e da più di dieci vivo in Germania. Ho sempre avuto radici forti ma anche il desiderio di esplorare il mondo e imparare da altre culture. Partecipare a un evento olimpico rappresenta l’apice di questa filosofia: un luogo dove si incontrano paesi, culture, spettatori e atleti. È un’emozione unica vedere tutto coincidere dopo tanti anni di percorso».