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La comunità venezuelana in Puglia: sostegno vitale per i connazionali

«Noi siamo felicissimi, anche se abbiamo comunque le nostre perplessità sull'avvenire, nel senso del presente prossimo. Ci sono ancora dei personaggi che sono in libertà che non lo dovrebbero essere. Diosdado Cabello Rondón, Vladimir Padrino López, Jorge Rodriguez e la stessa Delcy Rodriguez». Giovanna Secchi è la segretaria di Ailonlus «Associazione Latinoamericana in Italia» e…
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«Noi siamo felicissimi, anche se abbiamo comunque le nostre perplessità sull’avvenire, nel senso del presente prossimo. Ci sono ancora dei personaggi che sono in libertà che non lo dovrebbero essere. Diosdado Cabello Rondón, Vladimir Padrino López, Jorge Rodriguez e la stessa Delcy Rodriguez». Giovanna Secchi è la segretaria di Ailonlus «Associazione Latinoamericana in Italia» e vive a Bari. È nata in Venezuela, da genitori italiani che si erano trasferiti lì in cerca di fortuna. E molti di questi italiani partiti negli anni ’50 e ‘60 hanno fatto fortuna in America Latina, fino alla fine degli anni ’90 quando con Hugo Chavez prima e poi con Nicolas Maduro, le cose hanno iniziato a peggiorare, sul fronte economico, sociale e politico.

Molti di questi figli di emigrati sono tornati in Italia, d’altronde negli ultimi 12 anni sono andate via dal Venezuela quasi 8 milioni di persone e attualmente ce ne sono circa 40mila in Puglia e 25mila circa in Abruzzo.

Il volontariato per i venezuelani

Negli ultimi anni la situazione venezuelana è andata via via peggiorando, contestualmente a un regime sempre più oppressivo, inflazione altissima, stipendi da fame, sanità allo sfascio. Mancano beni di prima necessità a cominciare dalle medicine, anche le più semplici come il paracetamolo. L’associazione pugliese da tempo organizza la spedizione di farmaci soprattutto per i bambini. «Con l’associazione – continua Secchi – noi abbiamo toccato con mano tutto ciò che è accaduto in Venezuela e tutte le morti che ci sono state per mancanza di cure, anche perché noi abbiamo inviato tanti di quei dispositivi medici, aiuti umanitari, sono 10 anni che lo facciamo».

Negli ultimi giorni negli uffici postali e nelle banche a Bari si è verificato un afflusso notevole di venezuelani che vivono in Puglia, evidentemente in fila negli uffici per inviare denaro a parenti e amici che vivono lì e attraversano un momento di transizione piuttosto delicata. «Ci sono sempre stati i venezuelani pugliesi che hanno inviato soldi ai propri parenti. Parliamo di un salario minimo che lì si aggira sui 4 dollari al mese. Fra i nostri volontari c’è un ingegnere che è anche docente all’Università Centrale de Venezuela, una delle più grandi università del paese e il suo stipendio è di 8 dollari al mese e con qualche bonus può arrivare a 15».

Maduro e il suo popolo

Eppure nonostante la povertà, il sistema sanitario fatiscente, il costo della vita altissimo rispetto agli stipendi bassissimi, sono in tanti ad aver protestato per la cattura di Maduro, un fenomeno apparentemente inspiegabile. «La persone che difendono Maduro sono quelle dei barrios (quartieri, ndr) poveri che ricevono la “borsa Clap” ogni mese dove li accontentano con fagioli, lenticchie, farina eccetera e questa gente campa con quello ecco perché sono pro Maduro, molti non hanno voglia di lavorare. Noi ora abbiamo paura per loro, anche se non penso che faranno del male ai nostri connazionali, dato che c’è la milizia americana sul territorio».

Rodriguez o Machado?

Forse se al posto di Rodriguez, Trump avesse voluto Machado, sareste stati più tranquilli?. «Sono due persone completamente diverse. Mentre la Machado ha sempre lottato contro il governo Maduro, la Rodriguez è stata il braccio destro di Maduro fino a poco fa. Quindi c’è una grande differenza tra le due donne- risponde il presidente dell’associazione Edoardo Leonbruni – in questo momento il Venezuela non è cambiato molto, è venuto a mancare il presidente della Repubblica non eletto, ma dietro, l’apparato, è sempre lo stesso. L’attuale presidente ad interim non è altro che la vicepresidente del sistema. Il ministro della difesa è colui che comunque gestisce la repressione».

La transizione

Quindi cosa chiedete adesso voi?. «Chiediamo una transizione pacifica e tranquilla e sappiamo che sarà molto difficile perché il livello di corruzione nel nostro paese lo conosciamo, è uno tra più elevati nel mondo. Indubbiamente ci dispiace che per esser stata una transizione o un’ipotesi di transizione si sia dovuto ricorrere a un metodo così cruento come quello applicato dal presidente Trump. E’ un paese dove non c’è stata una guerra dichiarata, ma comunque milioni di persone sono dovute andare via. Quello che ci fa male è la situazione in cui vivono migliaia di persone. Abbiamo ricevuto lettere in cui si chiedevano farmaci pediatrici e non per farmaci oncologici, non per farmaci immunoterapici, non per farmaci di alto profilo, ma per la banalissima Tachipirina. Sono morti bimbi per non aver avuto la Tachipirina. Quello che è successo in questi giorni probabilmente può essere discutibile per la metodologia, ma non si può chiamare un atto di terrorismo. Per noi venezuelani è un atto di giustizia».

Il rilascio dei prigionieri

Fra le note positive c’è sicuramente quella relativa al rilascio graduale dei prigionieri avversi al regime di Maduro. «Io eviterei di parlare dell’argomento perché comunque ci sono le squadre, che non sono i militari, non è la polizia, e quelle fermano la gente e se per caso trovano un commento su una foto di Trump o su quello che è avvenuto, ti mettono ancora dentro. In Venezuela la corruzione è imperante, la delinquenza purtroppo è incontrollabile, c’è una frammentazione dei poteri, perciò Maduro in realtà era il presidente ma ci sono tante piccole realtà di potere e in questo momento non sappiamo quali siano gli equilibri. Questo è il momento della transizione in Venezuela ma non è una transizione serena».

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