Il rincaro dei prezzi energetici, spinto dalle nuove fiammate geopolitiche in Medio Oriente, sta scatenando una tempesta perfetta nei porti pugliesi. A denunciarlo sono gli armatori dei pescherecci che si ritrovano con le spalle al muro: il prezzo del gasolio per la pesca è schizzato in pochi giorni da 0,80 a punte di 1,10-1,25 euro al litro, con proiezioni sull’immediato futuro che potrebbero portarlo anche a 1,80. Una soglia psicologica e tecnica che, per molti pescatori, trasforma l’uscita in mare in una remissione certa.
La guerra che Stati Uniti e Israele stanno facendo all’Iran denuncia Unci (Unione nazionale cooperative) Agroalimentare con il suo referente regionale Donato Fanizza, «sta facendo lievitare i pressi e con il caro gasolio e chiediamo interventi urgenti. Come organizzazione lanciamo un appello al governo per fermare le dinamiche speculative sul carburante e sostenere il comparto con un credito di imposta». Anche il sindaco della città sipontina Domenico La Marca è sceso in campo al fianco dei pescatori del Golfo, definendo la situazione un’emergenza sociale: «Se i pescherecci restano in banchina, non si ferma solo la pesca, si ferma il cuore economico della città». La preoccupazione è che il fermo, per ora limitato a singole imbarcazioni che scelgono di non mollare gli ormeggi per «non lavorare in perdita», possa trasformarsi in una protesta corale, simile a quella che sta montando anche a Molfetta e Mola di Bari e in altre realtà portuali pugliesi.
La questione è matematica ed economica, prima ancora che sindacale. Il carburante incide ormai per oltre il 60% sui costi vivi di produzione. Un peschereccio a strascico medio-grande consuma migliaia di litri in una singola battuta; con i prezzi attuali, una volta pagato il gasolio e le provviste, non rimane quasi nulla per la «parte», ovvero per lo stipendio dei marinai a bordo. Nonostante ciò, sui social c’è chi commenta chiedendo cifre al consumo più basse per il pesce, riassumendo il paradosso di un settore che vede i costi esplodere, ma i prezzi alla vendita schiacciati dalla concorrenza estera. Di conseguenza, da Taranto a Brindisi, da Bari a Manfredonia, la Puglia della pesca è in fibrillazione.
Molte organizzazioni di settore hanno già chiesto l’attivazione immediata di misure di sostegno straordinarie: si parla di credito d’imposta, interventi sulle accise e, in casi estremi, l’istituzione di un «fermo bellico» indennizzato per compensare l’impossibilità economica di operare. Senza un intervento rapido, il rischio è che le tavole pugliesi vedano sparire il prodotto locale a favore di quello d’importazione, grazie proprio al costo inferiore, seppur a scapito della qualità.









