Da oltre tre anni, il reparto di cardiologia pediatrica dell’ospedale «Giovanni XXIII» di Bari è chiuso. Una sospensione delle attività che avrebbe dovuto segnare la fine di una fase operativa, ma che paradossalmente non ha interrotto il rapporto di lavoro con il primario, Gabriele Scalzo. Ogni mattina, come previsto dal contratto, il medico si reca regolarmente in ospedale, benché il reparto non sia più operativo. La vicenda assume contorni ancor più singolari se si considera il recente rinnovo contrattuale: il 22 novembre 2024, la direzione generale dell’azienda ospedaliero-universitaria ha deciso di confermare il contratto di Scalzo per altri cinque anni, con effetto retroattivo dal primo marzo 2021 fino al 28 febbraio 2026.
Una decisione che ha sollevato interrogativi tra operatori sanitari, cittadini e osservatori, soprattutto perché il primario percepisce stipendio e benefici pur in assenza di un reparto funzionante. «Sto solo cercando di mettere ordine e sistemare alcune cose», ha spiegato il direttore generale, Antonio Sanguedolce, chiarendo che la valutazione delle attività del primario sarà fatta a scadenza del contratto e che saranno decise le eventuali azioni future.
Sanguedolce ha, inoltre, aggiunto che l’azienda ha già iniziato a impiegare Scalzo nella nuova struttura del Policlinico, dove il mese scorso, il cardiochirurgo Massimo Padalino, ha eseguito il primo intervento cardiaco neonatale, con un secondo programmato nei prossimi giorni. Nel frattempo, il primario ha continuato a svolgere prestazioni ambulatoriali e attività di formazione.
«Di quanto accaduto prima del mio insediamento non posso rispondere», ha precisato il direttore generale, cercando di circoscrivere la responsabilità dei rinnovi e della gestione del personale a eventi precedenti. La situazione, però, non è priva di rischi legali. Il caso potrebbe finire sotto la lente della Procura della Corte dei Conti, chiamata a verificare eventuali danni erariali derivanti dal pagamento di stipendi a fronte di un reparto chiuso.










