Il comandante della «Legione Carabinieri Puglia», Iacopo Mannucci Benincasa, dopo l’assalto al furgone portavalori sulla superstrada Lecce-Brindisi fa il punto il giorno dopo.
Generale, l’assalto di ieri ha mostrato che ad agire è stato un gruppo criminale militarmente armato organizzato e sprezzante del pericolo e dell’incolumità altrui. Così non si era mai visto. Che cosa significa?
«Che la criminalità sta alzando pericolosamente il tiro in questa regione».
L’uso delle armi da guerra dimostra quanto feroci siano queste organizzazioni criminali.
«Sono organizzazioni strutturate, molto bene organizzate, non solo dal punto di vista della capacità militare, ma anche per l’apparato e il sistema di copertura di cui evidentemente si avvalgono e di conoscenze nel territorio nel quale operano. Si tratta di organizzazioni che vanno combattute in quanto tali, non sono singoli individui che si improvvisano, ci troviamo di fronte a qualcosa di molto più pericoloso. Perché, come hanno dimostrato, non c’è nessuna remora ad attaccare con armi spiegate e pronte a esplodere decine e decine di colpi di Kalashnikov contro un mezzo blindato pur di avere la meglio su sei vigilantes mostrando anche, quindi, la sfida che accettano di correre in mezzo alla gente. Contrastare questo tipo di organizzazioni oggi non può essere per noi che una priorità».
Fra gli esecutori c’è anche un ex militare paracadutista del Battaglione San Marco. La criminalità sta reclutando militari che avrebbero dovuto essere fedeli allo Stato. Non le sembra che siamo di fronte a qualcosa di ben più di una mela marcia?
«Stiamo compiendo verifiche, comunque si tratta di un sessantunenne che, da ragazzo, quindi stiamo parlando di oltre 40 anni fa, ha svolto servizio militare come all’epoca era obbligatorio in un reparto scelto, ma questo non credo che possa costituire ad oggi un elemento su cui immaginare una progettualità diversa dalla mera occasionalità in cui evidentemente la capacità militare acquisita può essere sfruttata. Ci troviamo di fronte a un modulo di azione che prevede più pedine, decine di persone schierate sul terreno, alcune delle quali a copertura e noi abbiamo il dovere, la necessità di riuscire a neutralizzarle».
Il comando aveva una regia, lei stesso parla di decine di uomini. Ritiene che possa essere stata esterna alla Puglia?
«Più che una regia dall’esterno, mi focalizzerei su ciò che stiamo approfondendo: quali elementi di informazione fossero in possesso di coloro che hanno deciso di attaccare un convoglio composto da due mezzi, da sei uomini a protezione che evidentemente costituiva un obiettivo privilegiato, ma particolarmente protetto. Bisogna capire sulla base di quali elementi si decide di fare una scelta di questo tipo».
Il procuratore Rossi sostiene che il possibile approvvigionamento di armi, in generale, possa arrivare anche da fronti di guerra.
«Le armi di cui abbiamo contezza e che ieri sono state utilizzate sono dei Kalashnikov, che rappresentano l’arma più diffusa in tutto il mondo, e dei fucili caricati a pallettoni calibro 12 con i quali hanno sparato ai nostri militari e che hanno colpito le nostre macchine e che, solo per un caso fortuito, oggi non siamo a raccontare un bilancio ben più tragico. Le capacità di approvvigionamento di queste armi possono essere le più diverse».
Si parla di elementi del Foggiano quali esecutori dell’assalto, più precisamente cerignolani. Si continua ad indicare quella, come una zona di maggior presenza criminale in Puglia. Cosa fare per debellare definitivamente quel focolaio che pare essere sempre lo stesso?
«Occorre continuare a fare quello che lo Stato ha il dovere di fare. Indagare e svolgere un’azione di contrasto capace di garantire la sicurezza dei cittadini. Questo è il dovere e l’impegno di tutti noi che oggi più che mai siamo impegnati nelle indagini per individuare la restante parte dell’organizzazione che ieri ha messo in campo l’assalto in mezzo alla gente compiuto alle 8 del mattino su strade piene di cittadini che si recavano al lavoro».
Sappiamo che non può parlare delle indagini. Tuttavia il basista non è stato ancora preso. Può dirci almeno se si è alzato un velo su questo punto?
«No, queste sono attività che chi è incaricato sta conducendo e confidiamo che possano portare al più presto ai risultati che speriamo».
I carabinieri meriterebbero un giusto riconoscimento.
«E lo avranno sicuramente, ma non solo per il coraggio e lo sprezzo del pericolo, ma anche per il senso del dovere. Quando abbiamo dei ragazzi che si vedono esplodere un furgone blindato a pochi metri di distanza, perché si trovano lì per caso, e assistono all’assalto di questo mezzo da parte di decine di uomini armati con le armi, con i fucili mitragliatori in mano e decidono di inseguirli per chilometri, questi sono militari che fanno fino in fondo il proprio dovere, così come fa fino in fondo il proprio dovere colui che inseguendo uno di questi mezzi con una macchina militare si vede rivolto e indirizzato contro di sé e pronto fare fuoco un fucile a pallettoni che colpisce la macchina e nonostante questo prosegue l’inseguimento. Di questi uomini noi ci dobbiamo ricordare perché sono anche i cittadini di questa grande nazione. Ieri siamo stati felici tutti che siano tornati sani e salvi a casa. Mi sia consentito dire che sono veramente ragazzi straordinari».










