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Assalti ai portavalori, emerge l’asse tra mafia cerignolana, foggiana e garganica unita nei grandi colpi

Dalle carte dell’inchiesta di Ancona si svela la sinergia operativa per finanziare i clan attraverso assalti paramilitari e reinvestimenti illeciti

Assalti ai portavalori, emerge l’asse tra mafia cerignolana, foggiana e garganica unita nei grandi colpi

Non è un semplice colpo milionario sventato, ma la conferma di un’alleanza tattica tra le diverse anime della criminalità organizzata dauna: l’ordinanza di 71 pagine del gip del Tribunale di Ancona ricostruisce l’assalto al portavalori della Mondialpol avvenuto il 27 ottobre 2025 lungo l’A14 a Porto Recanati, quando un commando armato di kalashnikov AK-47, esplosivi e chiodi a quattro punte ha puntato a un bottino di quasi 3 milioni di euro. Il provvedimento giudiziario, che vede coinvolti Giuseppe D’Angelo, Andrea Baratto, Luigi Ferro (detto “Gino di Brancia”) e Francesco Caggiano Scelsi, insieme ai cerignolani arrestati nell’imminenza dei fatti Savino Costantino (“Capatosta”), Savino Pugliese e Giuseppe Rubbio, evidenzia come la contestazione dell’aggravante mafiosa fotografi un vero e proprio sistema di cooperazione: le batterie cerignolane, foggiane e garganiche avrebbero unito forze, armi e competenze logistiche per trasformare gli assalti ai blindati in un marchio di fabbrica e in un canale primario di autofinanziamento.

Il nulla osta dei Piarulli, il braccio armato del Gargano e la pista foggiana

Secondo le ricostruzioni fondate anche sui verbali di collaboratori di giustizia come Marco Raduano, Danilo Della Malva, Filippo Cirulli, Antonio Quitadamo e Andrea Quitadamo (“Baffino jr”), la regia delle grandi operazioni finanziarie faceva capo al clan Piarulli-Ferraro di Cerignola, guidato dai fratelli Michele Piarulli e Mario Piarulli. Per organizzare un colpo, le batterie operative dovevano ottenere il preventivo “nulla osta” dai vertici cerignolani e versare loro una quota del ricavato, denaro che veniva poi reinvestito in terreni, attività economiche fittizie o nell’acquisto di sostanze stupefacenti.

Se ai cerignolani spettava la pianificazione, dal Gargano arrivavano le competenze militari e gli autisti specializzati: è il caso di Luigi Ferro, considerato un tassello strategico legato al gruppo Lombardi-Scirpoli-La Torre, già detenuto a Melfi per l’agguato mortale a Nicola Ferrelli e Antonio Petrella ad Apricena nel 2017. Sul fronte foggiano emerge infine la figura di Andrea Baratto, contiguo alla batteria Moretti-Pellegrino-Lanza della Società Foggiana e già noto per le indagini sul racket del trasporto in ambulanza al Policlinico Riuniti di Foggia: un intreccio di competenze e interessi che dimostra la capacità delle mafie foggiane di fare rete su scala nazionale, fermo restando che tutte le contestazioni si trovano nella fase cautelare e che per tutti gli indagati vige la presunzione di innocenza fino a eventuale condanna definitiva.