La storia che arriva dalle residenze universitarie Adisu di Lecce non nasce con una busta paga, ma molto prima: dentro un capitolato di gara. È lì che, secondo quanto denunciato dalle organizzazioni sindacali e portato all’attenzione delle istituzioni regionali, sarebbe maturata la scelta destinata a incidere sulle condizioni economiche di decine di lavoratori. Per definire il valore dell’appalto global service 2025, Adisu ha parametrato il costo della manodopera sul Contratto nazionale della Multiservizi, un contratto che prevede livelli retributivi inferiori rispetto a quello sul Turismo applicato a una parte del personale già impegnato nei servizi delle strutture universitarie.
Un passaggio apparentemente tecnico, nascosto tra formule, tabelle e conteggi economici, ma che avrebbe avuto effetti molto concreti quando il nuovo affidamento è diventato operativo. A Lecce, infatti, la fotografia occupazionale prima della gara raccontava una realtà diversa da quella utilizzata come riferimento economico nel capitolato: dei 58 dipendenti impiegati nei servizi di portierato, pulizia e facility management, 33 risultavano inquadrati con il contratto Turismo, mentre gli altri applicavano quello della Multiservizi. Numeri che pongono un interrogativo centrale: se la maggioranza del personale aveva una determinata storia contrattuale, perché il costo della gara è stato costruito utilizzando un parametro differente?
È questo il nodo che i sindacati contestano ad Adisu e che ha alimentato una vertenza sfociata in scioperi, proteste, incontri in Prefettura e audizioni in Consiglio regionale. Per i lavoratori, il problema non è soltanto il cambio di contratto, ma il fatto che quel cambio sia arrivato dopo un percorso amministrativo che avrebbe già determinato il valore economico dell’appalto su basi diverse rispetto alla situazione occupazionale esistente. Il risultato, secondo quanto denunciato dalle rappresentanze sindacali, è stato un arretramento economico per 33 dipendenti che continuano a svolgere attività analoghe a quelle svolte prima del cambio di gestione, ma con un trattamento economico più basso. La differenza denunciata arriva fino a circa 400 euro lordi al mese. Una cifra che non rappresenta soltanto una voce contabile, ma una riduzione concreta del reddito familiare. Per chi vive di uno stipendio significa modificare scelte quotidiane, rinviare spese, ridurre margini di sicurezza economica. La responsabilità della scelta, secondo la ricostruzione sindacale, porta direttamente al momento in cui Adisu ha predisposto gli atti di gara. È in quella fase che l’ente avrebbe dovuto valutare quale fosse il reale costo del personale necessario a garantire il servizio, tenendo conto dei contratti applicati ai lavoratori già presenti.
La questione non riguarda soltanto quale contratto sia formalmente applicabile, ma il criterio con cui un’amministrazione pubblica determina il costo del lavoro negli appalti. Un capitolato non è un semplice documento tecnico: stabilisce l’equilibrio economico dell’intera gara e condiziona anche le condizioni future di chi quel servizio dovrà materialmente svolgerlo. Nel confronto istituzionale, ADISU ha illustrato le motivazioni tecniche alla base delle proprie scelte e la Regione ha avviato approfondimenti attraverso la Commissione competente, affrontando anche il tema dell’applicazione della normativa sul salario minimo negli appalti pubblici. Resta però il punto politico e amministrativo della vicenda: una scelta compiuta nella fase di progettazione della gara può aver contribuito a creare le condizioni per un peggioramento delle condizioni economiche di lavoratori già impiegati in un servizio pubblico.
La domanda che rimane sospesa è semplice: nel predisporre un appalto da milioni di euro, il primo parametro deve essere il risparmio sul costo della manodopera o la tutela di chi garantisce ogni giorno il funzionamento delle strutture? Perché dietro ogni cifra inserita in un capitolato ci sono persone. E quando quelle cifre diventano una busta paga più leggera, la questione esce dagli uffici amministrativi e diventa un tema che riguarda l’interesse collettivo. Il tutto considerato che Adisu è un ente strumentale regionale e che la Regione Puglia si è vantata di istituire il salario minimo obbligatorio negli appalti pubblici, ma nei fatti costruisce gare d’appalto che hanno l’effetto di ridurre gli stipendi del personale che già occupato.
