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Puglia

A Trinitapoli la mafia tra i rifiuti. Interdetta l’azienda

Infiltrazioni mafiose e cointeressenze economico-amministrative della ditta che gestiva il servizio rifiuti con il Comune di Trinitapoli. C’è anche questo nel calderone di vicende che hanno determinato nelle scorse ore lo scioglimento del consiglio comunale per mafia.

Dell’azienda che fino a febbraio scorso si è occupata del servizio di raccolta e smaltimento, scrive anche il Tar Puglia, in un dettagliato provvedimento sulla vicenda, depositato nei giorni scorsi. La seconda sezione (presidente facente funzioni Rita Tricarico, estensore Lorenzo Ieva) del tribunale amministrativo ha respinto il ricorso presentato dalla Ris srl di Raffaele Basanisi, che dal 2018 ha gestito il servizio, dopo essere stata individuata con ordinanza in seguito ad una manifestazione di interesse, subentrando alla “gara ponte”.
Il 12 febbraio scorso, la Ris ha ricevuto dalla Prefettura della Bat un provvedimento di informativa-interdittiva antimafia che, tenendo conto della segnalazione fatta dal Reparto operativo dei carabinieri, ne sospendeva il servizio. Lo stesso provvedimento era stato trasmesso anche al Comune di Trinitapoli. E le motivazioni sono elencate nella sentenza del Tar: i giudici scrivono di «permeabilità della società ad infiltrazioni criminali di tipo mafioso e per numerosi motivi».
Innanzitutto la condanna per omicidio preterintenzionale «commesso dal legale rappresentante ai danni del titolare di una impresa concorrente». E ancora, «rapporti familiari, consistenti nel legame tra il fratello e la coniuge, sorella del capo dell’omonimo clan», ma anche «nella relazione del figlio, assunto nella stessa società, con la sorella di un pregiudicato affiliato ad altro clan, vittima di agguato». Si citano «frequentazioni controindicate, essendo stato trovato il rappresentante legale della società più volte intrattenersi con pregiudicati di vari reati, tra cui esponenti di spicco della locale criminalità, anche mafiosa».
Ma ci sono anche le «cointeressenze economico-amministrative», dal momento che «la società è destinataria di affidamenti diretti ripetuti, per appalti di lavori e manutenzione di strade ed altre opere edili e servizi, dal Comune di Trinitapoli fino all’ammontare di oltre 3,5 milioni di euro, anche successivamente a gara-ponte, aggiudicata ad altra società concorrente». Società che, nel frattempo, era stata «vittima di un attentato incendiario ad opera di ignoti».
C’è davvero di tutto nell’interdittiva, se si aggiungono le «cointeressenze economiche-lavorative, risultando la società aver assunto il figlio di un esponente di uno dei due clan» in lotta sul territorio, e «un altro pregiudicato contiguo all’altro clan».
Nella vicenda il Comune di Trinitapoli, contro il quale era fra l’altro stato presentato il ricorso, ha scelto di non costituirsi in giudizio.

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