L’obiettivo finale dovrebbe essere la tariffazione puntuale. Lo slogan «meglio differenzi, meno paghi». Ma, mentre la Tari continua ad aumentare pressoché in tutti i Comuni e alcuni sono a rischio default, in Puglia il ciclo dei rifiuti è tutt’altro che chiuso.
Risultato? Gli obiettivi 2030 del piano regionale approvato nel 2021 appaiono lontanissimi. E, un pò come nella sanità, lì dove non arriva il pubblico, arriva il privato. Discariche e impianti gestiti da imprese e consorzi, impongono al mercato i loro prezzi, ovviamente al rialzo. Secondo i dati Ispra del Catasto nazionale dei rifiuti, ogni cittadino pugliese nel 2024 ha speso 22,71 euro per la raccolta e il trasporto dei rifiuti urbani indifferenziati e 62,54 euro per i differenziati, a fronte di un costo medio totale di gestione del servizio di igiene urbana di 225,56 euro pro capite.
Differenziata
L’obiettivo è il 65% di raccolta differenziata ma, secondo gli ultimi dati complessivi (sempre fonte Ispra 2024), oggi in Puglia siamo al 60,69%. Nonostante l’obbligo per i Comuni di fornire mensilmente le comunicazioni, molti lo fanno con ampio ritardo. Al di sotto degli obiettivi sono soprattutto le grandi città: Bari (ultima comunicazione fatta a dicembre 2025) è al 45,89%, Brindisi al 44,46%, Foggia addirittura al 31,69%.
Porta a porta
Nelle ultime rimodulazioni del piano il sistema «porta a porta» è considerato centrale per innalzare la qualità e la quantità della differenziata. Sebbene il piano regionale fissi le linee guida, l’effettiva imposizione dell’obbligo di «porta a porta» avviene tramite i regolamenti comunali o delle Aro (Ambiti di raccolta ottimale), che definiscono le modalità di conferimento. Ad oggi, per esempio, Bari copre quasi tutti i quartieri con questo sistema. Per il centro cittadino, salvo le attività commerciali, sta invece virando sui cosiddetti cassonetti intelligenti finanziati con i fondi del PNRR. Secondo diverse associazioni ambientaliste non garantiscono lo stesso risultato del porta a porta.
Discariche
Davanti alla propria abitazione non le vuole nessuno e anche quelle realizzate con soldi pubblici come Corigliano e Conversano, non vengono riaperte da anni. Quindi si preferisce lasciare le cose come stanno. Così si passa da un costo tra i 50 e i 70 euro a tonnellata a quasi 200 euro per il conferimento presso privati.
Impianti di compostaggio
Il piano individua almeno un impianto per provincia per la lavorazione del cosiddetto «umido». Ad oggi l’unico impianto pubblico è quello Amiu di Bari ufficialmente fermo da mesi a causa di un incendio. Qualcuno parla invece di errori strutturali nella realizzazione. Intanto, il servizio è appaltato a un’azienda esterna con un aggravio dei costi.
Impianti di seconda battuta
Il problema più grave. Si tratta di impianti che dovrebbero occuparsi del reale riciclo dei rifiuti, come ad esempio la plastica, ma anche carta, legno, metalli. Alcuni trattamenti, inoltre, potrebbero trasformare i rifiuti non riciclabili in combustibile solido secondario per la valorizzazione energetica, oppure trattare inerti da costruzione per riutilizzarli in opere stradali. Qui siamo praticamente all’anno zero.









