Cala il sipario sulla proposta di legge del centrosinistra per l’istituzione del congedo paritario. L’Aula della Camera ha approvato gli emendamenti soppressivi del testo, recependo il parere negativo della commissione Bilancio. Al centro dello scontro, il verdetto della Ragioneria Generale dello Stato: coperture «inidonee» e oneri sottostimati.
Il provvedimento, che puntava a equiparare i mesi di astensione dal lavoro tra madri e padri portando l’indennità al 100%, si è infranto contro i rilievi tecnici del ministero dell’Economia. Secondo la Ragioneria, la proposta comporterebbe oneri strutturali per oltre 3,7 miliardi di euro nel 2026, destinati a salire fino a 4,5 miliardi nel 2035. Cifre giudicate superiori a quelle indicate dai promotori (3 miliardi), senza contare che il calcolo non includerebbe le libere professioniste e il settore pubblico. La bocciatura tecnica è netta: la copertura, basata sul taglio dei sussidi ambientalmente dannosi, è stata definita «meramente programmatica» a fronte di uscite «certe e quantificate».
La reazione delle opposizioni è stata durissima. Elly Schlein (Pd) ha denunciato un «gesto di arroganza», chiedendo invano a Giorgia Meloni di fermarsi per un confronto. Giuseppe Conte (M5s) e Maria Elena Boschi (Iv) hanno accusato la maggioranza di aver «chiuso la porta in faccia» a una norma necessaria per la natalità e la parità di genere, mentre Elena Bonetti (Azione) ha sottolineato come la mancanza di incentivi per i padri continui a penalizzare la carriera delle donne. Dall’altra parte, Marta Schifone (FdI) ha replicato: «Presentare proposte senza coperture è solo propaganda sulla pelle delle famiglie». Con il voto finale, che ha respinto anche la richiesta di rinvio per riscrivere gli emendamenti, il percorso parlamentare della legge si chiude definitivamente.










