Sono un genitore, come tanti. Da anni mi occupo di educazione e genitorialità, anche attraverso i social, dove ogni giorno dialogo con famiglie, insegnanti e operatori sul tema della crescita dei bambini e degli adolescenti.
Scrivo oggi con profonda preoccupazione dopo aver letto e visto le notizie che riguardano Bari: via Sparano, piazza del Ferrarese, il quartiere Libertà. Ragazzi giovanissimi, spesso poco più che bambini, protagonisti di aggressioni, accerchiamenti, intimidazioni. Scene che colpiscono, spaventano, indignano. È comprensibile che, davanti a questi episodi, si invochi più controllo, più pattuglie, più repressione.
La sicurezza è un diritto fondamentale. Ma come pedagogista e come genitore sento il dovere di affermare con forza che questa non è solo una questione di ordine pubblico. È, prima di tutto, una questione educativa, culturale e sociale.
Quando gruppi di preadolescenti e adolescenti occupano le strade con violenza, non siamo davanti a un fulmine a ciel sereno. Siamo davanti al risultato visibile di un disagio che cresce da tempo: fragilità emotive non intercettate, solitudini mascherate da branco, povertà educative, assenza di adulti autorevoli, carenza di spazi in cui sentirsi visti, riconosciuti, accompagnati.
La violenza diventa linguaggio quando mancano le parole. Il gruppo diventa rifugio quando manca un senso di appartenenza sano. Non scrivo per assolvere nessuno. Chi fa del male deve essere fermato e responsabilizzato. Ma fermarsi alla punizione significa arrivare sempre troppo tardi. Significa intervenire solo quando il disagio si è già trasformato in pericolo.
La vera sfida, oggi, è prevenire. E prevenire vuol dire investire seriamente sull’educazione. Educazione non come slogan, ma come progetto concreto e continuativo:
- sostegno reale alla genitorialità, soprattutto nei contesti più fragili;
- scuole messe nelle condizioni di lavorare anche sul piano emotivo e relazionale, non solo su quello didattico;
- presidi educativi nei quartieri: centri di aggregazione, sport, arte, musica, laboratori, luoghi dove i ragazzi possano sperimentare appartenenza senza violenza;
- presenza di educatori di strada, psicologi, pedagogisti, figure capaci di intercettare il disagio prima che esploda;
- alleanze stabili tra Comune, servizi sociali, terzo settore, parrocchie, associazioni, famiglie.
Come genitore, mi chiedo: dove sono gli adulti nella vita quotidiana di questi ragazzi? Non solo le forze dell’ordine, ma gli adulti che ascoltano, che pongono limiti, che sanno dire dei «no» credibili e dei «sì» che orientano.
Troppo spesso abbiamo confuso libertà con abbandono, inclusione con assenza di regole, protezione con delega totale alle istituzioni o, peggio, agli schermi. Come pedagogista, vedo ogni giorno quanto i ragazzi chiedano, anche attraverso comportamenti disturbanti, relazione, riconoscimento, guida.
Nessun adolescente sceglie il branco violento se ha davanti a sé adulti significativi e opportunità reali per esprimersi, sbagliare, riparare, crescere. Per questo rivolgo un appello alle istituzioni locali e nazionali: affrontiamo il tema delle cosiddette «baby gang» non come emergenza momentanea, ma come campanello d’allarme di una crisi educativa. Servono fondi, progettualità, continuità. Servono politiche che mettano al centro infanzia e adolescenza non solo nei discorsi, ma nei bilanci.
Mi rivolgo anche ai media: raccontare questi episodi è necessario, ma facciamolo evitando semplificazioni e sensazionalismi. Dietro quei volti ci sono storie, famiglie, contesti. Raccontiamo anche le buone pratiche, le esperienze che funzionano, le comunità che resistono e costruiscono.
E infine mi rivolgo ai cittadini: non trasformiamo la paura in odio. Trasformiamola in responsabilità condivisa. Una città educante nasce quando ciascuno – genitore, insegnante, commerciante, allenatore, vicino di casa – si sente parte di un tessuto che protegge, orienta, accoglie e pone limiti. Bari è una città viva, creativa, solidale. Può e deve esserlo anche per i suoi ragazzi. Ma questo richiede uno sforzo collettivo, coraggioso e lungimirante. Perché la sicurezza vera non nasce solo dalle divise, nasce soprattutto da relazioni sane, opportunità educative e presenza adulta.
Nessuno cresce violento per caso. Dietro ogni branco c’è assenza, silenzi, limiti mai messi. Genitori, chiedetevi dov’è vostro figlio. Con chi esce. Come parla. Cosa impara. Perché l’assenza educativa diventa violenza. E prima o poi presenta il conto.
Giovanni Abbaticchio è Blogger @TheWalkingDADStory












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