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Pesticidi, l’accusa dell’ex esperto svizzero: «Autorizzazioni Ue inefficaci e test inaffidabili»

Il sistema di autorizzazione dell’Unione europea è profondamente inaffidabile. A dirlo è Jürg Zarn, biochimico ed ex membro del comitato di esperti dell’Onu, funzionario svizzero con trent’anni di esperienza nella valutazione dei pesticidi. In un’intervista rilanciata da ilsalvagente.it, Zarn denuncia che le approvazioni si basano su test tossicologici parziali e su valutazioni spesso affidate a…
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Il sistema di autorizzazione dell’Unione europea è profondamente inaffidabile. A dirlo è Jürg Zarn, biochimico ed ex membro del comitato di esperti dell’Onu, funzionario svizzero con trent’anni di esperienza nella valutazione dei pesticidi. In un’intervista rilanciata da ilsalvagente.it, Zarn denuncia che le approvazioni si basano su test tossicologici parziali e su valutazioni spesso affidate a un solo Stato membro, con standard molto variabili. Anche la Svizzera, a suo dire, «si affida ciecamente all’Unione europea».

Un punto centrale della critica riguarda i test sugli animali: pur giustificati come tutela della salute umana, «non offrirebbero garanzie reali». Gli studi sul cancro, spiega Zarn, si basano spesso «su un unico test a lungo termine, con pochi animali e senza ripetizioni», capaci di individuare solo effetti molto evidenti. Tutti i rischi più sottili rischiano di sfuggire. Il paragone con i farmaci è netto: «Circa il 90% dei medicinali fallisce quando passa alla sperimentazione sull’uomo, nonostante i risultati positivi sugli animali. Non c’è motivo, secondo Zarn, di credere che per i pesticidi sia diverso».

Emblematico il caso del fungicida chlorothalonil, oggi vietato: provocava tumori solo in una specifica razza di ratti. Se l’azienda avesse iniziato con una razza meno sensibile, il prodotto sarebbe forse ancora sul mercato. Le norme infatti prevedono una sola sperimentazione su topi e una su ratti, indipendentemente dai risultati.

Zarn chiede maggiore trasparenza: «I dati degli studi restano coperti dal segreto industriale. Se fossero pubblici – sostiene – emergerebbero subito le gravi carenze metodologiche». Infine denuncia un sistema autoreferenziale, in cui molti esperti finiscono per assorbire il linguaggio e le logiche dell’industria, perdendo l’indipendenza critica necessaria a tutelare davvero la salute pubblica.

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