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“La moda non è un mestiere per cuori solitari”, Marras: «Racconta di donne vere, minatrici, emigranti, guerriere» – L’INTERVISTA

Mentre lascia la Puglia, dove a Trani e a Bari ha presentato il suo libro di memorie La moda non è un mestiere per cuori solitari (Bompiani), Patrizia Sardo Marras, direttrice artistica e organizzativa del marchio Antonio Marras che ha fondato col marito partendo insieme dal loro primo incontro giovanile, si è voluta intrattenere per…
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Mentre lascia la Puglia, dove a Trani e a Bari ha presentato il suo libro di memorie La moda non è un mestiere per cuori solitari (Bompiani), Patrizia Sardo Marras, direttrice artistica e organizzativa del marchio Antonio Marras che ha fondato col marito partendo insieme dal loro primo incontro giovanile, si è voluta intrattenere per dialogare, in occasione dell’8 marzo, sul rapporto tra donne e industria della moda.

Nel suo libro racconta collezioni dedicate a figure molto diverse – dalle donne che lavoravano nelle miniere del Sulcis alle emigranti sarde in Argentina, fino alla principessa medievale Adelasia di Torres.

Sono storie lontane dall’immaginario glamour della moda. È stato un modo per restituire alle donne una dimensione più complessa e meno stereotipata rispetto a quella proposta dall’industria?

«È stata semplicemente una mia esigenza di parlare ,di approfondire, storie di donne che mi interessavano. Ho usato la moda per studiare, per far conoscere storie di donne dimenticate o di donne straordinarie proprio perché dedicare il tempo alla ricerca di personaggi pop mi pareva tempo sprecato. E così invece di dedicare la sfilata a Madonna o a Naomi Campell l’abbiamo dedicata alla mamma di Antonio o a Joyce Lussu, la moglie di Emilio Lussu, o a Eva Mameli Calvino, la mamma di Italo Calvino».

C’è un’immagine molto potente nel libro: le silhouette femminili costruite con elementi dei costumi tradizionali sardi che diventano quasi donne guerriere. Che tipo di femminilità voleva raccontare con quella visione?

«Solo un’assonanza figurativa. Mi hanno sempre affascinato queste donne che hanno dovuto travestirsi da uomo, tipiche della cultura orientale, per poterne avere gli stessi diritti, persino quello di combattere, che io considero l’unica cosa di buono che alla donna è stata per secoli risparmiata. E quando Antonio ha realizzato quelle figure erano talmente ieratiche, autorevoli, imponenti e severe che parevano delle guerriere. Delle donne disposte a donare la propria vita per un ideale. Questo non significa che le donne non abbiano combattuto anche senza indossare la divisa, sacrificando la loro vita per la libertà, come per esempio le partigiane».

La moda ha spesso contribuito a diffondere un ideale di bellezza molto uniforme, legato alla magrezza e alla perfezione. Lei invece racconta di aver scelto modelle che potessero esprimere un mondo: «no sexy, no aggressive, no diva, ma real, intensive, intellectual». È stata una scelta estetica o anche una presa di posizione culturale?

«Entrambe. Non ci piacciono le belle e basta ma quelle che hanno carattere, e oggigiorno la situazione è completamente degenerata con un ideale di bellezza sfalsato, più che dalla moda, dalle attrici, testimonial poi di case di moda, che sono il risultato di pillole per dimagrire, operazioni chirurgiche e sorrisi stereotipati».

Nel libro emerge anche un’altra dimensione: quella del lavoro femminile dietro la moda. Le sue collezioni sono nate grazie alle mani di ricamatrici e artigiane che portavano avanti tradizioni tramandate di madre in figlia, insieme a sua madre stessa. Quanto di questo patrimonio invisibile delle donne resta oggi nascosto nel racconto pubblico della moda?

«Troppo, anche perché oggi va scomparendo. Le grandi aziende preferiscono contenere i costi utilizzando manodopera all’estero che costa meno, distruggendo un nostro patrimonio esemplare e unico al mondo».

Oggi si parla molto di inclusività e di superamento delle categorie rigide tra maschile e femminile, con la diffusione di collezioni «genderless». Lei che ha sempre lavorato su identità femminili forti e stratificate, come guarda a questa trasformazione?

«Con grande entusiasmo. Era ora! Non c’è nessuna ragazza più femminile di una nata uomo. È una prova difficilissima, dev’essere terribile non riconoscersi nel proprio corpo e sono orgogliosa che la moda, almeno su questo aspetto, abbia sdoganato migliaia di ragazzi e ragazze donando sicurezza, consapevolezza e autostima».

Nel sistema della moda le donne sono numerosissime, ma nei ruoli decisionali più alti restano ancora minoritarie. Guardando alla sua esperienza personale e al percorso che racconta nel libro, pensa che la moda sia davvero un settore «delle donne» o piuttosto un sistema che utilizza il femminile senza concedergli pieno potere?

«È verissimo. Non lo tollero. È vero in tutti i settori, ma in quello della moda è eclatante: penso che la moda alla fine purtroppo sia business e nel business ancora gli uomini la fanno da padrone».

Nel suo lavoro tornano spesso figure di donne forti, ribelli, fuori dagli schemi: le minatrici del Sulcis, le emigranti, le guerriere simboliche come le Onna Bugeisha. Se dovesse dire oggi, in poche parole, che tipo di donna sente il bisogno di raccontare attraverso la moda – e forse anche attraverso il suo libro – quale sarebbe?

«Posso dire quella che non vorrei raccontare e cioè una donna che vuole essere chiamata al maschile, una donna che agisce come un uomo, una donna con le palle, come si dice. E poi essendo una nostalgica e un’inguaribile romantica, e siamo all’8 marzo, racconterei la storia una donna che sarebbe potuta essere mia mamma, quindi di pochissimo tempo fa, che ha dovuto sprecare tutta la sua vita accanto ad un uomo sgradevole, violento e cattivo per non perdere i suoi figli e perché non aveva un lavoro per potersi mantenere. Lo diceva Virginia Woolf nel 1928, ci vuole l’indipendenza economica. È per questo che ora stiamo assistendo alla strage dei femminicidi: gli uomini impazziscono alla ribellione delle donne».

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