Con la guerra in Iran stiamo vivendo uno spettacolare duplice errore: di prospettiva storica e di filosofia geo-politica, sintetizzati in una affermazione ricorrente: l’Occidente sta morendo. Anzi per alcuni è già morto. Le esequie si tengono a Kiev, a Teheran e a Caracas. È ormai un vezzo. Ma è vezzo sbagliato. L’Occidente è vivo, non per la forza delle armi ma per la capacità di produrre sapere, la carta vincente del XXI secolo. I militari si rassegnino, le armi non servono più a stabilire gerarchie. Questo ruolo valeva al secolo scorso. Ora, come sanno benissimo i bramini indiani, le armi sono al servizio del pensiero e non viceversa. Per questo l’Italia può avere grandi ruoli se trova chi ne fa un principio politico.
I de profundis sull’Occidente si rifanno a Osvald Spengler (1880 -1936) per un libro di grande successo che sembra tornare di attualità e parlava di «tramonto dell’Occidente».
Era il 1918 quando fu pubblicato il suo primo volume. La Germania aveva perso la guerra, ma non era stato ancora firmato l’armistizio che con le sue assurde disposizioni punitive avrebbe favorito il nazismo. Erano visibili i disastri della guerra civile europea, pomposamente chiamata dagli storici, prima guerra mondiale. E India e Cina? La guerra civile europea (’14-18) pretende di essere chiamata guerra mondiale perché truppe americane giunsero sul teatro della guerra civile e in località extra territoriali (Africa- Asia) ci furono dei combattimenti. Ma è la logica della extraterritorialità delle guerre civili. Quella romana fra Cesare e Pompeo si estese ben oltre i territori italici. Ma guerra civile era.
Quando il 1922 fu pubblicato il secondo tomo del libro di Spengler, lo spettacolo post bellico era diventato agghiacciante. Iperinflazione in Germania, colpa delle nazioni vincitrici. Fascismo e nazismo alle porte, sempre colpa dei vincitori, e nascita dell’URSS dei suoi inadeguati adepti. Tutti fenomeni terribili col senno di poi, metodo di giudizio non criticabile se si riesce a farlo funzionare da campanello d’allarme per i disastri imminenti. Ma non succede. La Storia è Maestra di vita? Certo. Ma non insegna a evitare gli errori. Insegna a farli più grandi. Vedi la seconda guerra civile europea anche questa, come la prima, pomposamente chiamata seconda guerra mondiale: versione peggiorata della prima guerra civile.
Petrolio e oro nero
La guerra in Iran non è iniziata il 28 febbraio 2026 ma il 15 agosto 1953 , quando un governo democratico e progressista (Mossadeq) fu violentemente eliminato per instaurare una dittatura, quella dello Scia. Il cui figlio vorrebbe fare lo stesso oggi. Il Primo ministro eletto Mossadaq promosse scuole, ospedali, medicine, strade. Ma poiché gli mancavano gli spiccioli per tutto questo, pensò di nazionalizzare il petrolio. Errore.
Il pro-nipote del presidente Ted Roosevelt, rimediò allo stesso e gestì per conto della Intelligence britannica e di quella americana il colpo di stato che «naturalmente» aveva funzioni democratiche. La democrazia va protetta, per cui Mossadeq fu inviato in una casuccia con protezione ad personam, anche se in un primo momento si era pensato ad una protezione definitiva con adeguata pena capitale. Si capisce che democraticamente lo Scia restituì i pozzi petroliferi ai beneficiari precedenti.
Oro nero e religione
L’illusione di chi effettuò quel colpo di Stato fu di poter smantellare l’impianto religioso sciita del paese per rendere definitivo il cambio «democratico». Lo Scia – da noi famoso per via dell’imperatrice che non poteva avere figli – per conservare il potere puntò allo smantellamento del tessuto religioso introducendo valori occidentali. Il suo tentativo durò 25 anni, ma fallì perché a furor di popolo l’Ayatollah Komeini tornò nel 1979 accolto da milioni di iraniani. Quello che Hegel definì il primo impero della storia, e che fu il vero – forse unico – grande antagonista dell’impero romano, solo in percentuale minima oggi ha ambizioni legate al laicismo occidentale e non può essere trasformato in una striscia di Gaza perché ha una popolazione di circa 100 milioni di persone. E più le sanzioni occidentali accrescono la povertà, più le maggioranze povere rafforzano il loro tessuto religioso. Errore di strategia dell’attacco attuale all’Iran che sarà evidente quando il conflitto si prolungherà nel tempo.
È sbagliato però parlare di Occidente, quando si tratta di guerra in Iran, perché si tratta della stessa manifestazione bellica del 1953, frutto di una diplomazia anglosassone costellata da drammi e insuccessi.
L’Inghilterra ha conquistato il più grande impero di sempre, ma la sua diplomazia ci ha messo solo un secolo a perderlo tutto. Quell’impero per via dei debiti della seconda guerra civile europea si è trasferito in America, dando l’impressione di poter ripetere in tempi brevi l’insuccesso precedente.
Oro grigio sapere
Gli oratori funebri dell’Occidente dimenticano che gli USA, da Colombo in poi, sono Occidente. Anche se spesso la critico, sono profondamente legato alla cultura e alla società americana a cui devo la mia formazione scientifica, e non lo dimentico. Ma chi parla di tramonto dell’Occidente dimentica invece che trasporti, treni, auto, aerei, e mi permetto di aggiungere, lavatrici e lavastoviglie, che per la liberazione della donna hanno fatto più di molti libri, sono tutti americani e quindi della cultura occidentale. Il primo uomo sulla luna è occidentale. Il primo atterraggio di un robot su Marte è occidentale.
Una infinità di vaccini e medicine che fanno aumentare l’età media di tutta l’umanità sono occidentali. Ma è nel campo della tecnologia del sapere – oro grigio – che l’Occidente si esprime planetariamente. Parlare del de profundis significa non tener conto che tutto il pianeta vive quotidianamente grazie all’Occidente la più straordinaria rivoluzione del sapere dell’umanità: computer, radio, TV, satelliti. Ma non è questione di riconoscenza passata. È pura attualità. Grazie all’Occidente la produzione di sapere aumenta ogni giorno vertiginosamente. Grazie all’Occidente la circolazione del sapere assume valori iperbolici. Grazie all’Occidente, crescenti masse sterminate di soggetti – Est, Ovest – vivono quotidianamente la fenomenale rivoluzione del sapere. Parlano in video gratis con qualsiasi persona ovunque essa sia. Fanno seminari in simultanea in cinque continenti. Guardano in diretta spettacoli prodotti in qualsia parte del pianeta, e non dimentichiamo: andiamo a cinema grazie all’Occidente.
Ed ora con l’intelligenza artificiale è tempo di capire che l’era delle armi che definiscono le gerarchie di potere volge al termine, e arriva il tempo dell’oro grigio. India, lo so per esperienza diretta, ma la Cina pure. Ed è come produttore di oro grigio che l’Occidente è saldamente in pista.
L’Itali e l’Africa
E a questo punto perché Italia e Africa? Perché se decidiamo di cavalcare la rivoluzione dell’oro grigio, l’Italia può raggiungere obiettivi unici. Specie in Africa.
La prima ministra Meloni parla giustamente di Mattei e dell’Africa. Ma c’è bisogno di un Mattei nuovo. Abbia il coraggio di capire che è l’«oro grigio» la strada per una reale politica nazionale che guardi all’Africa. Cominci con imporre all’ISTAT di calcolare il PIL Sapere, come varie volte è stato a loro proposto, e lo usi come chiave di volta per i rapporti africani.
Signora Prima Ministra, questa è l’epoca dell’oro grigio. Lei ha capito che l’Italia ha bisogno in Africa di un Mattei, ma prima, faccia nascere l’ENI del Sapere.
Umberto Sulpasso è Senior fellow digital Center for future – Annemberg school, University of Southern California












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