«Un colabrodo di silicio e acciaio». È da questa immagine, tanto efficace quanto inquietante, che parte la denuncia di Enzo Cripezzi della Lipu sul destino della Capitanata. Un territorio storicamente noto come il «granaio d’Italia» che oggi, secondo l’associazione, rischia di perdere la propria identità sotto il peso di una trasformazione energetica sempre più intensa e concentrata.
Una fotografia «squilibrata»
Le parole di Cripezzi fotografano una transizione ecologica che, almeno nel foggiano, appare tutt’altro che equilibrata. Negli ultimi anni la provincia si è affermata come uno dei principali poli energetici del Paese: già nel 2018 risultava prima in Italia per produzione eolica, con oltre 3.700 GWh annui, addirittura superiori al fabbisogno elettrico locale. Un primato che nel tempo si è rafforzato, alimentato da nuovi progetti e grandi impianti. Il problema, secondo la Lipu, non è la crescita delle rinnovabili in sé, ma la loro concentrazione territoriale. Dati recenti dell’osservatorio Fer indicano che quasi tutta la nuova potenza eolica installata in Italia nel 2025 si è concentrata proprio in Puglia, in particolare nella provincia di Foggia. Una dinamica che conferma la tendenza a caricare su un’unica area un peso energetico sproporzionato rispetto al resto del territorio nazionale. A questa pressione si aggiunge la dimensione crescente degli impianti. Il nuovo parco eolico di San Severo, ad esempio, prevede turbine alte quasi 200 metri per una potenza complessiva di 54 MW, in grado di alimentare decine di migliaia di famiglie. Parallelamente, numerosi progetti agrivoltaici nel foggiano superano ormai le decine o centinaia di megawatt, trasformando vaste superfici agricole in infrastrutture energetiche.
Una piattaforma industriale
È qui che si inserisce la critica più dura: la Capitanata starebbe diventando una piattaforma industriale diffusa, dove la somma degli interventi produce effetti cumulativi sul paesaggio e sugli ecosistemi. La frammentazione degli habitat, l’impatto sulle rotte migratorie e la progressiva perdita di suolo agricolo sono tra le principali preoccupazioni sollevate dalle associazioni ambientaliste. Il paradosso è che questa concentrazione avviene mentre esistono alternative tecniche già individuate. Studi e analisi istituzionali indicano infatti la possibilità di sviluppare ulteriore capacità rinnovabile sfruttando aree già urbanizzate o degradate, limitando il consumo di suolo agricolo. Una strategia che consentirebbe di contribuire agli obiettivi nazionali – che puntano a decine di gigawatt aggiuntivi entro il 2030 – senza compromettere territori ad alta vocazione agricola e paesaggistica.
Le scelte politiche
Il nodo, dunque, è tutto politico e pianificatorio. La Regione Puglia continua a essere uno dei motori italiani delle rinnovabili, con una crescita significativa soprattutto nell’eolico , ma secondo la LIPU manca ancora una distribuzione equilibrata degli impianti. Senza regole più stringenti e una visione territoriale complessiva, il rischio è quello di trasformare una risorsa – la transizione energetica – in un fattore di squilibrio. La sfida, conclude Cripezzi, non è scegliere tra energia pulita e tutela del paesaggio, ma riuscire a tenere insieme entrambe. Perché una transizione davvero sostenibile non può limitarsi a ridurre le emissioni: deve anche preservare i territori che la rendono possibile.









